Un articolo di ANURAG pubblicato sull'OSHO Times speciale OSHO Festival

SIDDHO E ANURAG
Ricordo con precisione un momento in cui la meditazione smise di darmi ciò che mi aspettavo. Non fu un evento eclatante. Nessuna crisi, nessuna rivelazione. Semplicemente, non funzionava più come prima. Dopo qualsiasi tecnica di Osho, nella fase della quiete, respiravo, osservavo, ma invece della calma arrivava una forma di rumore sottile. Il corpo non si distendeva, la mente non si chiariva. Restava una sensazione opaca, come se qualcosa fosse stato tolto e al suo posto non ci fosse ancora nulla. Dopo quei momenti, provavo una sorta di stupore di sottofondo accompagnato dalla domanda: “Cosa sta succedendo?”.
Ricordo anche vivamente ciò che caratterizzava i momenti di vita quotidiana. Le giornate piene, le tempeste emotive delle relazioni, lo stress normale della vita milanese. Qualcosa era cresciuto dentro di me: la sensazione di essere presente e insieme meno identificato con gli eventi. Mi stavo accorgendo che la meditazione era diventata uno spazio essenziale, una sorta di ordine aggiunto dentro una vita molto organizzata. Funzionava, ma qualcosa in quest’ordine iniziava a scricchiolare. Guardavo la vita in modo diverso, certo, ma mi sembrava di essere allo zoo acquatico: c’era un vetro che mi separava dall’acqua e dai pesci, cioè dalla vita.
Quando quel vetro iniziò a incrinarsi, la prima reazione non fu di gratitudine, ma di fastidio; ebbi paura di perdere quell’ordine che si era creato con tante ore di scuotimento, di danza, di osservazione e rilassamento che le tecniche mi avevano consentito.
Per molto tempo avevo sostenuto che meditare servisse a stare meglio. A calmarmi. A rimettere ordine. È un’idea comprensibile e in parte vera. La meditazione può portare sollievo, può creare spazio, può ridurre il frastuono. Ma se la pratica è presa sul serio, arriva un punto in cui smette di essere consolatoria. Non perché fallisce, ma perché cambia funzione. Inizia a togliere. Strati di abitudine, di compensazione, di protezione. E togliere non è mai un gesto neutro. Ogni strato rimosso lascia esposto qualcosa che prima non doveva essere sentito.
L’anestesia di cui parlo nel titolo non è qualcosa di patologico. Riguarda sicuramente traumi evidenti o grandi ferite: una difesa inconscia dal dolore. Ma è anche molto quotidiana. È l’abitudine a riempire ogni spazio, a spiegare ogni cosa, a controllare il tono delle emozioni, a trasformare a volte persino la spiritualità in una zona sicura. È l’iperattività che ci fa sentire vivi senza farci sentire davvero. È la ricerca continua di senso, che ci evita il contatto diretto, mentre siamo persi nei nostri pensieri. È una forma di intelligenza adattiva. Ci anestetizziamo perché, a un certo punto della vita, è stato necessario. Per reggere, per operate correttamente, per non sentire troppo. Probabilmente, ci è successo da piccoli e ha preso forme giustificabili per chi non medita e persino per noi prima che iniziassimo a meditare.
Il problema non è l’anestesia in sé. È quando è diventa permanente. Quando non sappiamo più distinguerla dalla normalità. Quando confondiamo il non sentire con l’equilibrio.
La meditazione, praticata con continuità, comincia a interferire con questo assetto. Non lo fa in modo violento. Non impone. Non smaschera. Semplicemente, rende meno efficace l’anestetico. E quando l’effetto svanisce, ciò che emerge non è subito pace. Questa “pace non più pace” era ciò che mi stava accadendo.
All’inizio emersero cose poco piacevoli. Inquietudine senza causa. Stanchezza che non passava dormendo. Vuoto. A volte una tristezza sottile, a volte una rabbia senza oggetto. Nulla di drammatico, ma abbastanza forte da mettere in discussione l’idea che
la meditazione “stia funzionando”. “Allora, neanche la meditazione funziona!”. È qui che molte persone smettono. Non perché non siano più capaci di meditare, ma perché la meditazione ha iniziato a fare ciò che non avevano previsto. Non significa regredire. Non è un peggioramento. Significa smettere di scappare. E questa è una sorpresa davvero inaspettata.
Il grande equivoco per me era stato usare il benessere come unico criterio di verità. È un criterio anche sano. “Se sto meglio, va bene”. “Se sto peggio, c’è qualcosa che non va”. Ma stare meglio può anche essere solo il segnale che abbiamo trovato una forma di protezione più elegante. Una zona più raffinata in cui non sentire.
Ascoltando e leggendo Osho, ho intravisto che la meditazione non promette “comfort”. La tecnica serve ad aumentare la sensibilità ed essere sensibili non è confortevole. Significa sentire prima. Sentire di più. Sentire anche ciò che non ha un nome chiaro.
Paradossalmente, lo stare bene è il lato oscuro, in ombra, della meditazione. Il lato luminoso è quello di togliere l’anestesia! “Ma come?” potrebbe dire qualcuno, “Sentire che qualcosa fa male, qualcosa che prima non sentivi, lo chiami lato luminoso della meditazione?”. Chiarisco: togliere l’anestesia non significa cercare il dolore. Non è un esercizio ascetico né una forma raffinata di masochismo. Significa smettere di evitare ciò che è già presente. Significa permettere alle sensazioni di attraversare il corpo senza doverle correggere, interpretare, trasformare. Significa rinunciare all’idea che ogni stato debba portarci da qualche parte. È un ritorno alla realtà così com’è, con giorni luminosi e giorni opachi, con momenti di apertura e lunghi periodi in cui sembra che non succeda nulla.
Nella vita quotidiana l’anestesia assume forme molto semplici e per questo difficili da riconoscere. Riempiamo ogni interstizio con qualcosa: il telefono appena c’è un’attesa, una musica di sottofondo per non sentire il silenzio, una serie guardata senza reale interesse solo per non restare in compagnia di una voce. Cerchiamo rilassanti artificiali che non chiedano presenza: cibo che placa più che nutrire, parole in eccesso per scaricare la tensione, attività di qualunque tipo pur di essere impegnati. Persino la vacanza, a volte, diventa una fuga ben organizzata, un modo per spegnerci invece che rigenerarci.
La meditazione, quando toglie anestesia, mette in luce proprio questi automatismi. Non li giudica, non li proibisce, ma li rende visibili. Ci accorgiamo di quanto spesso il “rilassarsi occupando gli spazi della vita” significhi in realtà smettere di sentire. E allora, poco alla volta, qualcosa cambia. Non perché eliminiamo queste abitudini, ma perché non sono più un rifugio possibile. Inizia a comparire un altro tipo di pausa, più vera: stare seduti senza stimoli, camminare senza meta, restare qualche minuto con ciò che c’è. È una semplicità che all’inizio disorienta, poi diventa familiare. Non una calma artificiale, ma contatto.
Ed è proprio in questi periodi in cui non succede nulla che la pratica è davvero messa alla prova. Giorni in cui mi siedo e non accade niente di riconoscibile. Nessuna intuizione, nessuna quiete particolare, nessuna difficoltà evidente. Solo presenza piatta. In quei momenti emerge una domanda silenziosa: “Perché continuo? Non sta accadendo alcuna trasformazione!”.
Eppure ho continuato, perché ho intuito che interrompere sarebbe stato tornare indietro. Non verso il dolore, ma verso l’anestesia. Il processo vero si stava rivelando: uscire dall’anestesia.
A quel punto ebbi la tentazione di fare di più. Cambiare tecnica. Aumentare il tempo dedicato: “Forse non medito abbastanza”. Alcuni cercano un altro maestro. O aggiungono una spiegazione ulteriore, una lettura, un nuovo orientamento. Ma ciò che serve non è un’aggiunta, ma restare. Restare quando non c’è gratificazione. Restare quando non c’è progresso visibile. Restare quando la pratica non ci restituisce un’immagine migliore di noi stessi. È lì che la meditazione smette di essere uno strumento e diventa una relazione con noi stessi. Non qualcosa da usare, ma il “frequentare” noi stessi!
Se restiamo, qualcosa accade. Non in modo spettacolare. Non come un premio. Tornano piccoli segnali di vita ordinaria. Una risata che non serve a niente. Un no detto senza durezza. Un sì che nasce senza strategia. Emozioni che arrivano e se ne vanno senza dover essere giustificate. Il corpo che riprende a essere la nostra casa e non solo uno strumento da sfruttare. La vita non diventa più facile, ma diventa più diretta. Meno filtrata. Più intima. Smettiamo di vivere in differita.
È qui che avviene un passaggio sottile, ma decisivo. Dal sentire al vivere. Finché sentire resta un’esperienza separata, la vita continua a essere qualcosa da gestire. Quando il sentire non ci fa più paura, quando non è più corretto o controllato, la vita smette di essere un problema da risolvere. Diventa un movimento da seguire. Non sempre piacevole, ma reale.
È in questo punto che il messaggio di Osho smette di essere una frase di ispirazione e diventa un fatto concreto. “Vivi, ama, ridi”. Non come imperativi morali. Non come ideali da raggiungere. Ma come conseguenze naturali. “Vivi, ama, ridi” accade quando non stiamo più usando ogni energia per difenderci dalla vita. Quando l’anestesia non è più necessaria, perché non siamo più in guerra con ciò che sentiamo. Allora vivere non è uno sforzo, amare non è un progetto, ridere non è un premio. Succede. E basta.
Per chi resta, la meditazione cambia forma. Non è più una tecnica per migliorarci né un mezzo per diventare qualcuno di diverso. Diventa uno spazio in cui smettere di difenderci. Non rende la vita più luminosa in modo artificiale. La rende più vera. E meno anestesia, alla fine, significa proprio questo: non una vita perfetta, ma una vita totale.
Anurag condurrà insieme a Siddho due eventi durante Osho Festival 23-26 aprile 2026 di Bellaria: GUARDA QUI CHE RICCO PROGRAMMA
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