Un articolo di MANEESHA JAMES pubblicato sull'OSHO Times speciale OSHO Festival

MANEESHA ALL'ENERGY DARSHAN CON OSHO
Amo fare esperimenti con la meditazione, perché mi entusiasma mettermi in cammino su un sentiero senza sapere dove mi condurrà o che effetto avrà su di me. Questa storia d’amore cominciò probabilmente quando diventai la cavia da laboratorio di Osho.
Tutto ebbe inizio un paio di mesi dopo il mio arrivo a Pune, nel 1974. A quei tempi, sia chi era appena arrivato sia chi faceva parte dell’Ashram di allora già da un po’, poteva chiedere di partecipare al piccolo gruppo serale a invito chiamato darshan. Era un privilegio. L’unica altra occasione per vedere Osho, insieme a diverse centinaia di persone, era il discorso pubblico del mattino, nella Buddha Hall di allora (oggi Buddha Grove).
Di solito, al darshan eravamo circa una dozzina di persone, raccolte sulla veranda di Lao Tzu House, dove oggi è parcheggiata la Rolls Royce di Osho.
Immagina Osho seduto su una grande poltrona, con uno o due sannyasin seduti al suo fianco per assisterlo nel suo lavoro. Una donna seduta alla sua sinistra chiamava i nomi dei partecipanti uno per uno, affinché andassero a sedersi ai piedi di Osho, per incontrarlo per la prima volta o per fargli una domanda.
Non molto tempo dopo il mio arrivo ebbi la grande fortuna di essere invitata ogni sera. Nessuno mi disse mai quale fosse il mio ruolo e io ero così felice di essere lì che nemmeno mi venne in mente di chiederlo.
Erano serate straordinarie: guardare e ascoltare Osho mentre dava il benvenuto a coloro che si sedevano davanti a lui, uno dopo l’altro. Lui era rispettoso e amorevole con tutti e spesso, all’improvviso, faceva una delle sue incantevoli risatine sotto i baffi.
Una sera, un sannyasin, un giovane medico canadese, spiegò a Osho quale fosse il suo problema, che non ricordo affatto. Osho parlò con lui, gli fece alcune domande e poi, dopo una pausa, si voltò verso di me.
Io ero seduta di fianco a lui. Osho mi chiese di mettermi davanti. Poi mi disse di alzare le braccia e di immaginare che l’esistenza mi stesse riversando addosso la sua energia, di sentire una doccia d’energia scendere dolcemente su di me e di essere come un vaso che semplicemente riceve.
Io ero prontissima a immaginare quella doccia d’energia, ma, inaspettatamente, la sentii davvero. Il mio corpo, carico di elettricità, cominciò a vibrare e a tremare. L’esperienza fu travolgente, molto travolgente e, in un modo curioso, fu anche così commovente che iniziai a singhiozzare e non riuscii più a fermarmi.
Dopo qualche istante, sentii Osho dire con dolcezza che, quando mi fossi sentita completamente piena, avrei dovuto abbassarmi a terra, con le braccia protese in avanti, e lasciare che l’energia tornasse alla Terra. E quando mi fossi sentita completamente vuota, avrei dovuto rialzarmi, con le braccia in alto, per riceverla di nuovo.
Dopo qualche minuto ancora mi richiamò e poi iniziò a spiegarci che bisognava farlo per almeno sette cicli – ricevere l’energia e poi restituirla alla Terra – uno per ciascun chakra. Meno di sette volte ci saremmo sentiti incompleti, ma era assolutamente possibile farne più di sette.
Così nacque la Prayer Meditation, la meditazione della preghiera. Osho, voltandosi verso di me, mi suggerì di praticarla in privato ogni sera. Mi piacque moltissimo. Era un’esperienza totalizzante, perfino orgasmica, il cui effetto continuò a influenzare la mia vita per molti anni a venire.
Quello fu anche l’inizio del mio ruolo di cavia di Osho, istruita da lui a dimostrare, mentre creava spontaneamente i suoi metodi davanti a noi, in risposta alle domande di diverse persone: la Nadabrahma, la Nataraj, la Devavani, il Gibberish, la meditazione della risata e un mucchio di altre tecniche ancora, provenienti dalle varie tradizioni esoteriche.
A poco a poco, durante quelle serate incantate, oltre a essere una cavia e a volte un canale o medium di energia, si sviluppò anche un altro ruolo. Dopo essere stata presente al darshan ogni sera per alcune settimane, chiesi a Osho se avrei potuto prendere appunti su ciò che diceva: perle di saggezza e di spirito. La pura poesia che fuoriusciva da lui era riservata al piccolo gruppo di persone che si trovavano lì. Io avrei voluto raccoglierla tutta e condividerla con gli altri.
Così cominciò il mio ruolo di compilatrice ed editor di quei discorsi serali. Sarebbero diventati, nei cinque anni successivi, quelli che oggi sono noti come Darshan Diaries, settantasette in tutto! Ma questa è un’altra storia.
«Darshan significa vedere,
ma il significato reale della parola darshan
è essere nel campo di energia di un uomo
che è arrivato a conoscere se stesso».
OSHO (da: Ya-Hoo: The Mystic Rose)
Maneesha James una dei pochissimi discepoli parte dello staff personale di Osho che l'hanno seguito dappertutto. È lei che ha trascritto i Darshan trasformadoli in altrettanti libri, a cui assisteva dal vivo seduta di fianco a Osho o a cui partecipava come medium.
Ed è lei a cui Osho chiedeva di leggere i sutra e le domande nei discorsi seduta ai suoi piedi. Da tanti anni conduce workshops e training in tutto il mondo dove condivide i tesori ricevuti dal maestro.
MANEESHA condurrà due eventi durante l'Osho Festival 23-26 aprile 2026 di Bellaria: GUARDA QUI CHE RICCO PROGRAMMA
Per informazioni sul lavoro di Maneesha James: www.oshosammasati.org