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Fotografie dal divino

Puoi trasmettere qualcosa solo se la persona ha già fatto quell’esperienza.

Un brano INEDITO dai PRIMI DISCORSI di Osho

 

Osho


INEDITI A TEMA

I primi discorsi di Osho

 

Vi presentiamo una serie di discorsi inediti tratti dalla serie in hindi, Jyun Tha Tyun Tharaya, che significa “Così com’era, così è rimasto”, un modo di dire che vuole indicare il “lasciare che le cose conservino la loro natura”.

Questa serie raccoglie i primi discorsi di Osho registrati su nastro, alla fine degli anni Sessanta, che in inglese vanno, per l’appunto, sotto il titolo di Early Talks, “Primi discorsi”.

 

Secondo Capitolo, quarta e ultima puntata

 

Fotografie dal divino 

 

Discepolo: Che cos’è la beatitudine, “ananda”?

 

Osho: Ananda, beatitudine. Felicità senza limiti, felicità sconfinata, felicità infinita.

Quando una persona si illumina, non è importante che dica questo, o dica quello, perché questo e quello significano la stessa cosa. Se una persona è illuminata e un’altra no, questo e quello NON possono avere lo stesso significato.

Questo va compreso: una persona illuminata può dire ciò che vuole. Non può dire qualcosa che sia contraria a quella verità, chiunque essa sia. Ma una persona che non si è ancora illuminata può dire: “Questo è ciò che io intendo ed è ciò che tu stai dicendo, ne sono pienamente convinto”. Eppure potrebbe non intendere la stessa cosa, perché non ne ha mai fatto esperienza.

Le parole non possono trasmettere l’esperienza, ma ciò che va oltre le parole può… Se la persona conosce veramente, ciò che va oltre le parole può trasmetterla. Mahavira dice: “Il sé è l’unica realtà, conoscere il sé è lo scopo, realizzare il sé è tutto”. Buddha dice esattamente l’opposto: “Conoscere il sé è ignoranza”.

Queste due affermazioni, così contraddittorie, così opposte, significano la stessa cosa. Ma se una persona dice “Dio esiste” e un’altra dice a sua volta “Dio esiste” e se le persone in questione non sanno che cosa significhi “dio”, queste due affermazioni, simili, identiche, “dio esiste”, non possono significare la stessa cosa. Le due persone, la loro esperienza, la loro ignoranza e le loro definizioni saranno diverse. Non sono arrivate al punto in cui l’individualità si dissolve.

Finché l’individualità non si dissolve, non possiamo arrivare alla stessa esperienza, perché la differenza non sta nell’esperienza, ma nella nostra personalità, nella nostra individualità, nell’io. Il mio io dà significato alle mie parole, il tuo io dà significato alle tue parole e il tuo io e il mio io sono due cose diverse, non possono voler dire la stessa cosa. Ma un Buddha non ha io, un Mahavira non ha io, un Gesù non ha io. Perciò non possono intendere cose diverse, perché la differenza è creata solo dall’io. Possono esprimersi in modo diverso, ma non possono intendere cose diverse.

Per noi questo diventa un mistero. È diventato molto difficile per la mente umana concepire che Gesù, Buddha, Mahavira, Maometto, Krishna intendano tutti la stessa cosa. Perché allora su che cosa si fondano l’induismo, l’islam, il giainismo, il cristianesimo?

In realtà non hanno alcun fondamento, sono tutte costruzioni nate nell’ignoranza. Non abbiamo compreso ciò che Gesù intendeva, per questo esiste il cristianesimo. Non abbiamo compreso ciò che Mahavira intendeva, per questo esiste il giainismo. Sono malintesi, parole con significati diversi che abbiamo interpretato come se le esperienze fossero diverse. E così nascono le chiese.

Per me non c’è alcuna differenza, la differenza sta solo nel nome. Uno è Krishna, ma se togli il nome… Uno è Mahavira e se togli il nome… E se entrambi fossero qui, senza nome, non vedresti alcuna differenza. Dov’è la differenza? Non c’è. Ma per noi il nome conta moltissimo. Krishna, Gesù, Buddha: i nomi sono per noi più importanti della realtà a cui quei nomi si riferiscono.

Se si va più in profondità si scopre che la sorgente è una. I percorsi possono essere diversi, ma il punto d’arrivo è lo stesso. Coloro che hanno realizzato raggiungono alla stessa realtà. Coloro che non hanno realizzato costruiscono realtà personali.

Creiamo le nostre realtà, le nostre filosofie…

Qualcuno ha posto un’altra domanda:

Qual è la tua filosofia?

 

Io non ho alcuna filosofia. Perché filosofia significa come definisco la realtà, come la organizzo, che cosa dico della realtà. La prima cosa che dico è che la realtà non può essere detta, non può essere espressa. Come potrei definirla? Non la definisco mai, perché le definizioni esistono solo nelle parole. Non puoi definire l’amore. Puoi conoscerlo, sentirlo, viverlo, patirlo, ma non puoi definirlo. Come potresti definire l’amore? Come potresti definire la preghiera? Puoi essere in preghiera, ci sono momenti in cui lo sei, ma non puoi definirla. Tutto ciò che è bello, vero, buono non può essere definito. Può solo essere vissuto.

Quindi non ho alcuna filosofia.

 

Discepolo: Quando invece fai esperienza di qualcosa, puoi definirla con certezza?

 

Osho: No! Nemmeno allora puoi definirla! Puoi solo esprimerla, in modo esitante. Non puoi definirla. Puoi esprimerla in modo esitante e una persona che conosce dirà sempre con chiarezza che ciò che sta dicendo non è ciò che ha vissuto, perché le parole trasmettono in modo molto diverso…

È così:

Vai al lago, vedi il sorgere del Sole e poi torni a casa. Qualcuno ti chiede: definisci la bellezza, definisci l’alba. Che cosa intendi quando dici di aver visto una scena meravigliosa? Che cosa intendi quando dici di esserti sentito rapito? Poi quel qualcuno ti dice: dipingi quell’alba. E inizi a dipingere. Disegni il Sole con la matita, un lago, delle colline, ma vedi subito la differenza. Quello che hai visto era qualcosa di vivo, questo è morto. Quello che hai visto era qualcosa di miracoloso, questo è uno schizzo. Un cerchio e dici che è il Sole? Un cerchio tracciato con una matita e lo chiami Sole?

 

Discepolo: Il disegno può differire, ma l’espressione può essere condivisa?

 

Osho: Anche il disegno è un’espressione e può essere più vicino, più reale, persino più reale delle parole, perché le parole sono più astratte.

 

Discepolo: Ma non può essere sbagliata l’espressione?

 

Osho: Non è questo il punto. Non sto dicendo che sia sbagliata. Non sto dicendo che sia errata, sto dicendo che è qualcosa di molto incerto…

 

Discepolo: L’espressione è incerta?

 

Osho: Ho detto “in modo esitante”. Una persona che ha visto l’alba può cogliere qualcosa dal tuo schizzo, ma una persona che non ha mai visto un’alba non può concepire ciò che intendi. Questo cerchio fatto con la matita, sarebbe il Sole? E sarebbe bello? Che assurdità! Come può essere bello un cerchio tracciato con una matita?

Può trasmettere qualcosa solo se la persona ha già fatto quell’esperienza, allora non c’è problema, diventa simbolico e può essere compreso. Ma a quel punto non ce n’è bisogno. Chi ha visto l’alba capirà quando dici di aver visto un’alba meravigliosa. Dirà: “Va bene, capisco”. Non ti chiederà di definirla. Non dirà: “Fammi un disegno, perché non l’ho mai vista e voglio capirla dalle tue definizioni”.

Ma se l’hai vista e poi la disegni, sai che qualcosa non funziona. Qualcosa è andato perduto. È qualcosa di così labile che sarebbe stato meglio non disegnarlo affatto, perché finirà per trasmettere qualcosa che non intendevi trasmettere. Puoi dire: “Questo è uno schizzo, ma non c’è paragone possibile. Nemmeno io posso dire che questo è bello. Lì c’era qualcosa di vivo, qui c’è qualcosa di morto”.

E il Sole è un oggetto fisico. Può darsi che tu non riesca a disegnarlo, ma puoi scattare una foto, sarebbe più reale. Puoi fare una foto a colori, ancora più fedele. Ma resta comunque un’esperienza oggettiva.

Ma una persona che torna dal divino non può portare con sé una fotografia, non può fare una foto a colori. Arriva dal vuoto. Quando si trova davanti a noi è in una delle situazioni più difficili. Sa qualcosa, lo ha conosciuto e ora lo interroghi, lo incalzi e si trova senza parole. Non sa come esprimerlo.

Per questo molti illuminati, di fronte all’impossibilità di esprimere l’esperienza, hanno scelto il silenzio. Sono rimasti in silenzio.

 

Discepolo: Gesù ha detto che chi ha orecchie, ascolti. Che cosa intende?

 

Osho: Intende qualcosa di molto preciso. Avere orecchie non significa saper ascoltare. Avere occhi non significa saper vedere, perché ci sono cose che non possono essere viste con gli occhi. Ci sono cose che si vedono a occhi chiusi, cose che puoi udire con le orecchie chiuse.

Una persona che ha udito ciò che non è possibile udire con le orecchie viene da te, dice qualcosa e aggiunge: se hai orecchie… Tu dirai: che assurdità, ho le orecchie, ho gli occhi. Ma lui dice: ho visto qualcosa che non si vede con gli occhi e l’ho visto con più chiarezza di qualsiasi visione ordinaria. Se hai occhi, ma non questi occhi, se hai orecchie, ma non queste orecchie… Così Gesù dice: “Ascolta, ma solo chi ha orecchie può ascoltare, solo chi ha occhi può vedere”.

Esistono occhi che possono aprirsi. Ma se pensi che questi siano gli unici strumenti, ti sfugge un mondo più vasto, perché esistono realtà invisibili a questi occhi, che sono udibili, percepibili, conoscibili. È questo che intende.

 

Discepolo: Quello stato di illuminazione… Come evitare di pensare restando nel mondo e conoscendo il proprio sé?

 

Osho: Non puoi evitarlo. Non puoi sfuggirgli, perché ciò che eviti ti segue e finisci per essere coinvolto ancora più profondamente da ciò da cui fuggi.

Non evitare, non fuggire. Il pensiero c’è, prendine coscienza. Per qualche momento siediti in silenzio, osserva il pensiero, osserva il processo: i pensieri arrivano, i pensieri se ne vanno, come il respiro che entra ed esce continuamente. C’è una continuità. Guardala, semplicemente. Rimani in disparte e osserva. Questo pensiero è arrivato, quello se n’è andato. Notalo, ma non giudicare. Non dire questo è buono, non dire questo è cattivo. Non scegliere. Sii solo consapevole. Come una persona ferma per strada che guarda la gente passare, il traffico scorrere. Osserva.

Gradualmente, più diventi attento, più inizi a vedere i pensieri, più inizi a percepire gli intervalli. Un pensiero arriva, poi se ne va e il successivo non è ancora arrivato… C’è un intervallo, un piccolo spazio. In quello spazio non c’è pensiero. Più sei attento, più percepisci questi intervalli.

Quegli intervalli sono i primi barlumi del sé. Solo barlumi, che appaiono e scompaiono.

Continua. Quei momenti saranno così pieni di beatitudine che ti attireranno sempre più verso l’interiorità. E più diventi consapevole, meno pensieri arriveranno. È proporzionale: meno consapevolezza, più pensiero; più consapevolezza, meno pensiero. A un certo punto la strada diventa vuota e tu entri, scivoli dentro.

Se prosegui così, con questa presenza, questa capacità di essere testimone della mente, arriva un momento, imprevedibile, in cui senti che non ci sono più pensieri. Il processo mentale si arresta completamente e sei trasportato altrove, in un luogo mai conosciuto. Una porta si è aperta e sei entrato. Non sei nemmeno consapevole del passaggio, ma è avvenuto. Conosci il cambiamento, la trasformazione, la trascendenza.

Poi torni, ma sei totalmente diverso. Vivi la stessa vita, ma in modo completamente nuovo. Tutto cambia. Diventi più intimo, più amorevole, più compassionevole, una mente silenziosa, vera, presente. E tutto ciò che era legato all’ignoranza, al conflitto, alla tensione, scompare. Hai raggiunto qualcosa che ti ha riportato alla sorgente. Sei diventato uno con essa.

Allora vivi nella beatitudine in ogni momento, in ogni circostanza, qualcosa di silenzioso e ricolmo di gioia ti accompagna come un’ombra.

Questa è la beatitudine che abbiamo sempre cercato. L’abbiamo cercata nell’amore, nella ricchezza, in ogni desiderio, ma abbiamo guardato nel luogo sbagliato. Abbiamo cercato all’esterno. E più abbiamo cercato fuori, più la possibilità di quella beatitudine si allontanava.

 

Discepolo: Allora la maggior parte delle persone sta sprecando il proprio tempo nelle cose del mondo, facendo questo e quello, andando sulla Luna?

 

 Osho: Quelle cose possono avere un senso, ma non rispetto alla beatitudine. Sono irrilevanti rispetto alla ricerca essenziale dell’essere umano. Quella è dentro.

Si entra dentro quando il pensiero si arresta. Insieme al pensiero si arresta il noto, si arresta la conoscenza. Si arresta il vagare. Tutto ciò che è esterno si arresta, perché il pensiero è il fondamento dell’esteriorità. Si entra dentro, anche se in realtà non si è mai stati fuori. Ma identificandoti con il pensiero ti sei immaginato fuori.

Quando dico che entri dentro, in realtà non entri, ci sei sempre stato. Semplicemente, per la prima volta, non sei più identificato con l’esterno. Riconosci ciò che è sempre stato tuo.


 

Osho, Early Talks #2

1° ottobre 1969, pomeriggio, Pahalgam, Kashmir, India