Un articolo di PHOEBE pubblicato sull'OSHO Times cartaceo

Questo mese, cercando i testi da abbinare all’oroscopo, una sincronicità mi ha condotto a un libro di Osho che contiene il suo commento ai “sutra” pronunciati da Gesù, ovvero I Say Unto You, Vol. 1.
Conosco bene le “beatitudini”, come sono generalmente chiamate, del Sermone della Montagna, fin dalla prima infanzia.
Provengo da una famiglia molto religiosa e spesso ho sentito il vicario usare i versetti commentati da Osho come testo per uno dei suoi lunghi e noiosi sermoni domenicali per rimproverare il suo pubblico. Questo spiega perché fossi fortemente prevenuta nei confronti del cristianesimo quando comprai questo libro nel 1980.
Successe poco dopo aver scoperto Osho ed essere “caduta” sotto il suo incantesimo. Collezionavo le serie di libri dei suoi discorsi, che all’epoca a Londra erano pubblicati dalla Sheldon Press. Tra quelli che già adornavano la mia libreria c’erano Neither This nor That (Né questo né quello) e No Water No Moon (Niente acqua, niente luna), due libri sulla filosofia Zen che mi avevano profondamente colpito e portato a decidere che la meditazione Zen fosse la via da seguire per me. Avevo dunque deciso che la mia strada mi avrebbe portato lungo il sentiero della meditazione piuttosto che sul sentiero dell’amore.
Rileggere adesso I Say Unto You, nel contesto del mondo brutale in cui viviamo oggi, dove amore, compassione e perdono sono troppo spesso carenti, ma così urgentemente necessari per la sopravvivenza della nostra specie e del nostro pianeta, mi ha profondamente commosso.
Oggi, che sono più vecchia e più saggia, mi sembra che le esperienze che mi hanno cambiato la vita, nei quarantacinque anni trascorsi da allora, abbiano approfondito la mia percezione e maturato la mia comprensione, poiché ora sono in grado di intuire profondità di significato nelle parole di Gesù che allora non riuscivo a cogliere. Forse sono stata guidata a leggere ancora una volta questo bellissimo libro, perché mi aiutasse a chiarire le mie priorità nella vita presente. E citandolo nell’oroscopo di questo mese (Luglio, N.d.R.), vorrei anche richiamare su di esso l’attenzione dei nostri lettori.
Per prima cosa ho riletto l’introduzione scritta da Swami Deva Abhinandan e mi sono subito imbattuta in un’altra coincidenza. Ho scoperto che anche lui è cresciuto nel Sud dell’Inghilterra e che, insieme alla sua famiglia, doveva fare tre chilometri a piedi ogni domenica per andare in chiesa, che nel loro caso era una cappella battista. Chissà se la sua famiglia ha mai imparato a pronunciare il suo nome sannyas…
Poi, notando la data di pubblicazione del libro, ho visto che I Say Unto You, Vol. 1 era stato pubblicato per la prima volta nel marzo del 1980, proprio il mese in cui andai a Pune e mi trovai alla presenza di Osho per la prima volta! Un’altra coincidenza! Avrei presto fatto esperienza di come, nel rarefatto campo energetico oltre il cancello d’ingresso, le sincronicità abbondassero.
Quando avevo deciso di prenotare il mio primo biglietto aereo per l’India, sapevo che mio marito avrebbe cercato di impedirmi di partire e che il confronto diretto con lui, che avevo sempre evitato, sarebbe stato inevitabile. Ero sposata con un professore svizzero di microbiologia che lavorava all’Università di Hannover, allora Germania Ovest, e avevamo due figli, di 9 e 16 anni.
Non vedevano molto il padre, la cui priorità era il successo nella carriera e considerava la vita familiare una perdita di tempo. Mi aveva affidato la responsabilità esclusiva di crescere i bambini, il che rendeva le mie giornate molto piene. Dovevo accompagnarli a scuola e andarli a prendere nel pomeriggio, mentre nelle ore intermedie dovevo occuparmi delle faccende domestiche, fare la spesa, cucinare e dedicare dieci ore a settimana all’insegnamento presso il dipartimento di inglese dell’università.
Quando loro andavano a letto la sera, tuttavia, avevo qualche ora libera che dedicavo allo studio dell’astrologia e alla lettura dei libri di Osho.
Ma presto arrivò il momento in cui leggere di meditazione e percorsi verso l’illuminazione non mi bastava più. Volevo farne esperienza in prima persona. Sapevo di dover andare a Pune e prendere il sannyas subito, prima che fosse troppo tardi. Il che significava staccare dalla mia vita quotidiana per qualche settimana e questo richiedeva un’attenta pianificazione.
Decisi che il momento più adatto sarebbero state le vacanze di Pasqua. Se prima di partire avessi portato i bambini a una fattoria di pony per una vacanza a cavallo, sarebbero stati al sicuro fino al mio ritorno. Avrei aspettato fino all’ultimo minuto prima della partenza per dirlo a mio marito.
La mattina della partenza gli portai il caffè a letto, un lusso che apprezzava sempre. Poi mi sedetti vicino alla porta e, dopo essermi calmata con alcuni respiri profondi, glielo dissi. Come previsto, si spaventò. Ma a quel punto avevo già un piede fuori dalla porta e lui era in pigiama, quindi non poteva seguirmi in strada. L’ultima cosa che mi urlò fu: “Se torni con l’arancione e un mala ti uccido!”. Quelle parole risuonarono dentro di me per tutti i giorni a venire.
Arrivata all’ashram, andai direttamente in ufficio, dove incontrai Arup. Le dissi che non avevo molto tempo, ma che ero venuta a Pune per prendere il sannyas e che avrei voluto fissare un appuntamento con Osho. Mi guardò negli occhi per un momento e poi disse: “Ti rendi conto che dovrai promettere di indossare sempre gli abiti arancioni e il mala?”.
Immediatamente nella mia mente anticipai la scena del mio ritorno a casa, quando avrei dovuto affrontare mio marito. Lei notò la mia esitazione. “Vai adesso e pensaci bene prima. Vai alle meditazioni, fai un gruppo e poi, se sei ancora sicura, torna e ti darò un appuntamento”.
Così feci e mi sembrarono i quattordici giorni più lunghi della mia vita. Feci tutte le meditazioni, inclusa la Dinamica. Danzai il più possibile nel gruppo di danza fino a perdere la testa. Tra una attività e l’altra mi sdraiavo sull’erba all’ombra, osservando lo stesso dialogo interiore ripetersi più e più volte fino a scomparire. Poi tornai in ufficio e dissi ad Arup che ero pronta e lei mi fissò un appuntamento.
Sono nata nel marzo del 1941, uno degli anni più bui del Ventesimo secolo in Europa. Nella zona in cui vivevamo, tra Londra e la costa meridionale, piovevano bombe ed eravamo in grave pericolo. Mio padre era stato chiamato in marina, lasciando mia madre sola con me. Durante i bombardamenti aerei, lei si infilava nel rifugio antiaereo metallico del soggiorno con me in braccio, mi ha raccontato, e persino durante le notti buie che trascorrevamo lì si manteneva coraggiosa, perché aveva fede e pregava.
Il primo inno che mi insegnò a cantare si intitolava “Gesù ci esorta a risplendere” e riesco a ricordarne le parole ancora oggi:
Gesù ci esorta a risplendere
di una luce chiara e pura,
come una piccola candela
che brucia nella notte.
In questo mondo di oscurità
tu e io dobbiamo brillare.
Tu nel tuo piccolo angolo
e io nel mio!
Il 6 aprile 1980, la sera prima di lasciare Pune, mi inginocchiai davanti a Osho per ricevere il sannyas. Lui toccò il mio terzo occhio e mi diede il nome “Ma Phoebe”. Disse che significava “pura radiosità” e mi disse anche: “La vita è pura energia. La vita non ha altro che luce in sé. L’intera esistenza è fatta di luce... Appare buia solo perché non riusciamo a vedere chiaramente, perché non riusciamo a penetrare in profondità... E quando riuscirai a sentire te stessa come luce, inizierai a sentire anche gli altri come pura luce. Allora la vita sarà una danza di luce, una danza eterna!”.
Osho, Eighty Four Thousand Poems #4
“Ma cosa è successo quando sei tornata a casa da Pune e hai dovuto affrontare tuo marito?”, ti starai chiedendo. Be’, non mi ha uccisa, altrimenti non sarei qui oggi! È una storia interessante, ma sarà per un’altra volta...
L’originale in inglese è pubblicato su OshoNews