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Catarsi, creatività, rilassamento

Qualunque attività totalmente coinvolgente, è rilassante

Un brano INEDITO dai PRIMI DISCORSI di Osho

 

Osho


INEDITI A TEMA

I primi discorsi di Osho

 

Vi presentiamo una serie di discorsi inediti tratti dalla serie in hindi, Jyun Tha Tyun Tharaya, che significa “Così com’era, così è rimasto”, un modo di dire che vuole indicare il “lasciare che le cose conservino la loro natura”.

Questa serie raccoglie i primi discorsi di Osho registrati su nastro, alla fine degli anni Sessanta, che in inglese vanno, per l’appunto, sotto il titolo di Early Talks, “Primi discorsi”.

 

Quarto Capitolo, seconda puntata

 

Catarsi, creatività, rilassamento 

 

Osho continua a rispondere alla discepola americana che aveva posto la domanda seguente:

Sono stata addormentata per tutta la vita e, come puoi vedere, è passato parecchio tempo. L’altro giorno ho letto Who Am I?, in particolare la parte sulla meditazione, e l’ho trovata molto rivelatrice, profondamente rivelatrice. Sono qui per due ragioni: ricevere aiuto per me stessa, sul piano psicologico, e anche per aiutare gli altri, sempre sul piano psicologico, dal momento che lavoro con persone che soffrono di disturbi mentali. Non persone con disabilità cognitive o ritardi mentali, ma persone con disturbi psichici. Sono certa che studiare il tuo lavoro mi sarà di grande aiuto. Perciò mi chiedo se tu possa darmi qualche indicazione su come restare sveglia. Sono stata addormentata per troppo tempo.

 

Osho: Tornando alla tua domanda, per le persone che soffrono di disturbi mentali, ma non affette da ritardo mentale, come dicevi, la meditazione può essere di grande aiuto. In un certo senso, nessuno è completamente sano di mente, tutti sono malati, la differenza è solo di grado. Noi siamo normalmente malati, altri diventano anormalmente malati, questa è l’unica differenza. La causa profonda della malattia mentale è l’inconsapevolezza, perché l’inconsapevolezza crea direzioni contraddittorie nella mente. E quanto più una mente è contraddittoria, tanto più è tesa. Essere mentalmente sani significa essere armoniosi interiormente.

La salute è armonia: la tua mente non è in conflitto con se stessa o con le sue diverse parti. La tua mente non è frammentata, non è una casa divisa, ma un tutto unico. Questa integrità è salute. Una persona malata mentalmente è una persona divisa, frammentata in parti che si contraddicono. Più precisamente: non è una sola mente, ma molte menti, non è un solo sé, ma molti sé. In una sola persona convivono molti centri e ciascuno la spinge in una direzione che gli altri contrastano. Questo conflitto diventa malattia, questo è il disagio.

Devi fare tre cose.

Prima cosa: la persona deve diventare consapevole della propria frammentazione, dei propri sé contraddittori. Se diventa consapevole di essere divisa, questa stessa consapevolezza comincia a creare un nuovo centro. Diventa un nuovo nucleo, un nuovo punto di unificazione. Ma come rendere consapevole una persona malata? Può essere così malata che la consapevolezza è diventata impossibile. Perciò, con una persona affetta da disturbi mentali, la malattia deve essere portata all’estremo, solo allora può diventarne consapevole. Per esempio, se una persona ha represso qualcosa, e la repressione è inevitabile perché altrimenti la malattia non sussisterebbe, quella repressione deve essere liberata. Se ha represso la rabbia, bisogna farla uscire, bisogna provocare la persona affinché si arrabbi totalmente.

E il gruppo può essere di grande aiuto.
 

Discepola: Il gruppo?

Osho: Un gruppo che possa indurla ad arrabbiarsi totalmente, così che esprima tutto ciò che ha represso. Se lo esprime nella sua totalità, può diventare oggetto di consapevolezza. Solo ciò che è espresso può diventare oggetto di consapevolezza, ciò che è represso non può. La nostra società è repressiva ed è per questo che è malata. Tutta la cultura è anormale, andiamo tutti verso la follia.

È necessario un gruppo che non imponga alcuna repressione, un gruppo di amici che permetta tutto. Se vuoi piangere, ti è permesso, ma a una condizione: piangi completamente, totalmente. Entra nell’esperienza e lascia che si esprima. Qualunque cosa sia repressa, se è liberata, emerge con tale forza e vitalità che diventa possibile esserne consapevoli.

Di solito, quando sei arrabbiato, c’è una causa. Ma in questo gruppo terapeutico la situazione è diversa: la rabbia viene provocata proprio per essere espressa senza una causa. Se qualcuno vuole fare qualcosa, lo fa. E quando esprime la rabbia con tutta la sua forza, allora gli si ricorda: “Sii consapevole di ciò che stai facendo. Stai piangendo, sii consapevole. Stai urlando, sii consapevole. Non reprimere, non giudicare, non condannare”. E il gruppo deve permetterlo. Persino nei vostri occhi non deve esserci alcuna condanna o repressione. La persona deve sentire che il gruppo le permette di essere ciò che è, che qualunque cosa sia può essere espressa. Non solo permessa, ma accolta, perfino apprezzata.

La malattia mentale è prodotta fondamentalmente dalla società, dalla collettività. Non è l’individuo a essere malato, è la società che lo ha condotto alla malattia. Perciò la malattia mentale può essere superata solo attraverso una comunità, un gruppo. Un trattamento individuale non è sufficiente. Si può al massimo riportare la persona alla normalità precedente e rimandarla nella stessa società che la schiaccerà di nuovo. Non ha alcun senso.

È necessaria una terapia di gruppo, un lavoro che può essere fatto con grande facilità. All’interno di un gruppo una persona può ritrovare l’equilibrio in poco tempo, due o tre settimane possono bastare, se il gruppo permette totalmente. Se si sente a proprio agio, se può fare ciò che vuole senza sensi di colpa né condanna, tutto ciò che è represso sarà espresso e avverrà una catarsi. E la catarsi è necessaria, perché solo attraverso di essa la persona può diventare consapevole delle proprie repressioni, del proprio inconscio, della propria divisione.

Seconda cosa: anche se diventa consapevole della propria divisione e si libera esprimendola, questo non è ancora sufficiente, è solo un passaggio negativo.

La malattia mentale ha anche un aspetto positivo. L’aspetto negativo riguarda la repressione, quello positivo riguarda lo sviluppo mancato. Ogni persona ha il potenziale per crescere in una certa direzione. Se questo non avviene, se non diventa ciò che è destinata a essere, nasce la malattia. C’è un desiderio profondo verso qualcosa che non è stato realizzato, qualcosa che non è stato riconosciuto né vissuto. Il secondo passo è aprire una dimensione creativa di crescita.

Ogni persona con disturbi mentali ha perso il contatto con la propria creatività. È come se non fosse mai nata davvero. A un certo punto ha smarrito la propria via, la propria direzione, e la sua fioritura è rimasta bloccata. Non si può essere in pace con se stessi finché non si realizza ciò che è in potenza dentro di noi e che deve crescere.

Perciò il secondo punto è ricordare che non basta liberarsi dalle tensioni, perché questa non è una salute duratura. La dimensione creativa deve essere scoperta e la persona deve essere portata a un punto da cui possa iniziare a crescere. Deve sviluppare un atteggiamento creativo. Deve creare se stessa, oppure creare qualcosa attraverso cui possa realizzarsi…
 

Discepola (ridendo): Invece di passare attraverso tutte queste assurdità...

Osho: Tutta la vita è fatta di assurdità del genere. Si continua a vivere, ma non c’è alcun appagamento. Passiamo tutta la vita nei preparativi, siamo sempre impegnati a prepararci a vivere e quel momento non arriva mai. La tensione mentale è inevitabile. La vita scivola via continuamente e noi siamo ancora lì a prepararci per essa. Non viviamo mai davvero. Viviamo soltanto nei momenti in cui siamo creativi. Quando creiamo qualcosa, quello è l’unico momento autenticamente vivo. Non importa che cosa creiamo, ciò che conta è la sensazione di avere creato qualcosa. Sei diventato un creatore. Nel momento in cui senti di essere diventato un creatore, magari di un semplice giocattolo, di un dipinto, di una poesia o di qualunque altra cosa, qualcosa dentro di te si compie e qualcosa comincia a fiorire.

La malattia nasce perché abbiamo perso la creatività, nessuno crea più nulla. E più progrediamo, più diventiamo “civili”, meno possibilità ci restano di essere creativi, perché tutto ci è già dato. La passività è diventata la regola.

Un tempo danzavamo, oggi guardiamo qualcun altro danzare. È soltanto passività, siamo spettatori. E la vita non può dare appagamento se resti soltanto uno spettatore, devi partecipare. Devi esserci pienamente, devi viverla, devi correre il rischio di gettarti dentro di essa. Ma siamo spettatori: qualcuno canta, qualcuno danza, qualcuno dipinge e noi guardiamo. Il mondo intero è diventato un mondo di osservatori, non partecipativo e passivo. La passività uccide lo spirito. E nessuno può sentirsi veramente degno se non è un creatore.

Perciò a una persona mentalmente malata – e in un certo senso siamo tutti malati – bisogna offrire una vita creativa. Deve sentirsi degna, deve sentire che sta facendo qualcosa che abbia un valore, non soltanto un’utilità. Creiamo cose utili, ma attraverso di esse non diventiamo creatori. Qualcosa che abbia un valore significa qualcosa che sia fine a se stesso: hai dipinto qualcosa che non serve assolutamente a nulla ed è proprio per questo che acquista valore. Diventa un fine in sé. Non è un mezzo per qualcos’altro.

Quindi, per restare mentalmente sani, tutti dovrebbero essere creativi. Questa è la seconda cosa.

E la terza: siamo così tesi non soltanto perché esistono circostanze che ci rendono tesi, ma soprattutto perché abbiamo completamente dimenticato come si fa a rilassarsi. E anche se non esistesse alcuna situazione capace di creare tensione, continueremmo comunque a essere tesi. Siamo tesi. Abbiamo dimenticato completamente il rilassamento, l’arte del lasciarci andare.

Questo dovrebbe essere insegnato. Il rilassamento è un linguaggio che non è più insegnato, è il linguaggio dimenticato. Tutta l’educazione e l’intera società, insegnano a tutti a essere tesi, perché essere tesi conviene.
 

Discepola: È quello che molti definirebbero essere attenti. Tu credi che questa sia attenzione?

Osho: No, non è attenzione. La tensione non è attenzione. L’attenzione è sempre rilassata, la tensione è sempre rivolta verso il futuro. L’attenzione non è mai rivolta al futuro, è sempre nel presente. E ci si può rilassare soltanto nel momento presente. Se sei teso, lo sei sempre rispetto al passato o al futuro. Nel presente è impossibile essere tesi.

Gli animali non sono tesi, gli alberi non sono tesi, gli uccelli non sono tesi, perché per loro non esiste il futuro. Il presente è l’unico tempo, non esistono né passato né futuro. Perciò non possono essere tesi, sono rilassati.

Quest’arte dovrebbe essere insegnata: essere nel presente ed essere rilassati.

Il rilassamento può essere insegnato: è un’arte e non è affatto difficile. Se rilassarsi fosse difficile, che cosa resterebbe di facile? Ma quando pensiamo al rilassamento, dato che siamo tesi, ne facciamo una scienza invece che un’arte. E ci sono libri intitolati “Devi rilassarti!”. Quel “devi” è già una contraddizione, una mente piena di doveri non può mai rilassarsi.
 

Discepola: Diventa un lavoro.

Osho: Non può essere un lavoro.

Il rilassamento è un’arte. E ci sono molti modi... Qualunque attività diventi totalmente coinvolgente diventa rilassante.

Perciò bisogna creare gruppi che si immergano completamente nelle attività e lasciare che la persona mentalmente malata stia insieme al gruppo. Il gruppo va al fiume, comincia semplicemente a giocare con l’acqua e con la sabbia. E tutti giocano. Il gioco è rilassamento, non è lavoro, non c’è nulla da guadagnare attraverso il gioco, è esso stesso il fine... Ma soltanto i bambini giocano, noi non giochiamo mai. Anche quando giochiamo, diventa un gioco competitivo. Il gioco competitivo è lavoro, qualcosa da fare e da vincere e allora crea nuovamente tensione. Qualcuno deve essere sconfitto, così diventa una cosa seria. Giocare significa che nessuno è sconfitto. Persino la sconfitta è soltanto un gioco, non qualcosa di serio.

Dovremmo quindi creare atmosfere non serie ed è possibile farlo. Giocare in modo non serio. Un gruppo che gioca senza serietà, proprio come i bambini, senza alcun obiettivo... E la persona mentalmente malata può essere inserita in quel gruppo. Si sentirà rilassata. Non puoi avere un approccio diretto con il rilassamento, non puoi essere aggressivo nei suoi confronti. È un effetto secondario, arriva indirettamente, come conseguenza, come un’ombra. Segue qualcos’altro. Una mente non direttiva è seguita dal rilassamento. E possiamo inventare nuovi giochi, senza regole né regolamenti, perché regole e regolamenti riporterebbero ancora una volta la malattia della serietà.

Possono esistere molte forme psicologiche di gioco – potremmo chiamarle psicodrammi – per creare situazioni meravigliose in cui rilassarsi. Come a teatro. Per esempio, tutti noi seduti qui potremmo far parte di una recita in cui non accade nulla di serio, in cui ognuno dice qualcosa di assolutamente privo di senso. E allora il gioco comincia.

Ognuno dice qualcosa di totalmente assurdo, perché il significato porta con sé la serietà. L’assenza di significato invece porta rilassamento. Allora tutti cominciamo a ridere, perché non riusciamo a credere che una persona così seria possa dire una cosa tanto assurda, tanto priva di senso. Oppure possiamo mettere in scena una commedia in cui ognuno faccia qualcosa di assurdo, qualcuno comincia a danzare, qualcuno a piangere... E allora la serietà scompare. Oppure possiamo riunirci e semplicemente guardarci negli occhi. E allora arriveranno le risate, accadranno molte cose e tutti saranno rilassati. Nell’atmosfera del gruppo accadranno cose spontanee, non dirette, non regolamentate, non serie.
 

Discepola: In questo modo anche il terapista può rilassarsi.

Osho: Sì, se riesci a fare queste tre cose, potrà essere di grande aiuto. E non soltanto per i pazienti, sarà di aiuto anche per te. Sarà molto rivelatore.
 

Discepola: Alla fine però sorge una domanda... Chi farà il terapista se siamo tutti malati, come dici?

Osho: Siamo tutti malati! Perciò il gruppo è il terapista. Nessuno è il terapista, il gruppo è un gruppo terapeutico. Nessuno è malato e nessuno cerca di aiutare l’altro, ma l’intero gruppo crea una situazione.
 

Osho, Early Talks #4
22 September 1970, pomeriggio, CCI Chambers, Bombay, India