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Ritorno a Miasto

Intervista ad Alvina che torna in Italia dopo 7 anni

Un articolo di MARGA pubblicato sull'OSHO Times cartaceo

 

Alvina e Prasad


Marga: Ciao Alvina, sono passati tantissimi anni. Credo che l’ultima volta che ci siamo viste sia stata nel 2016, la mia ultima volta a Miasto. Come stai, dopo tutto quello che è successo?

Alvina: È stato un periodo lungo e difficile, ma adesso sto bene. Come sai, a Prasad era stato diagnosticato il Parkinson. Col tempo si è capito che si trattava di “demenza a corpi di Lewy”, sempre nello spettro del Parkinson. I primi segnali li abbiamo notati nel 2019. All’inizio i medici avevano parlato di neuropatia, perché camminare gli era diventato faticoso e i piedi non rispondevano più come prima. Io notavo che anche nelle attività quotidiane iniziava a faticare.
Poi è arrivata la pandemia. In modo paradossale ci ha aiutato, perché non dovevo più viaggiare e potevo restare a casa con lui. A quel punto non riusciva più a rimanere da solo. Da lì in avanti la mia vita è diventata principalmente dedicata a prendermi cura di lui.
All’inizio ci siamo divertiti molto durante la pandemia, perché qui a Sedona era tutto tranquillo. Facevamo belle passeggiate e gite in auto nella natura, andavamo a fare shopping dopo cena, quando non era così affollato, e ci rilassavamo moltissimo. Facevamo qualche incontro su Zoom durante i quali lui guidava le meditazioni del cuore con meno parole e una trasmissione più forte.
Poi, a poco a poco, ha avuto bisogno di sempre più aiuto. Con l’avanzare della malattia dimenticava di più e faceva sempre più fatica a prendere decisioni. A quel punto quasi tutta la mia energia era dedicata a lui, il che è stato meraviglioso in un certo senso.
Ricordi com’era Prasad, focoso, ardente… È cambiato moltissimo. È diventato incredibilmente dolce e tenero. In parte era la malattia, in parte era il modo in cui lui la attraversava: non opponeva resistenza.
A volte succedevano cose divertenti, come quando preparava il condimento per l’insalata e poi lo versava nel suo bicchiere d’acqua che era vicino all’insalatiera. Ridevamo, era semplicemente divertente. Era sorprendentemente arreso rispetto a ciò che stava accadendo. Ha dovuto lasciare andare tante capacità, ma allo stesso tempo è diventato incredibilmente ricettivo. Non si opponeva nemmeno all’essere accudito, anzi, gli piaceva, il che ha reso tutto molto più facile.
Però questa malattia è imprevedibile. A volte Prasad entrava in una realtà diversa per un certo tempo. Non era semplice dimenticanza, anzi, non si è mai dimenticato di me. Era come se la sua percezione della realtà cambiasse. Poteva spaventarsi, irritarsi, convincersi che io fossi un’altra persona. Poi ne usciva. Molte volte, il giorno dopo, mi chiedeva scusa e diceva di sapere cosa gli stava succedendo, ma di non riuscire a fermarlo. La sua consapevolezza, la sua presenza, c’erano. La sua mente non funzionava bene in certe cose, ma lui c’era. E poi tornava, dolce e amorevole come sempre.
È stato un periodo incredibile in cui il nostro amore si è approfondito enormemente. E abbiamo imparato ad andare avanti un momento alla volta, perché era tutto ciò che potevamo fare.
Prendermi cura di Prasad è stato faticoso. Spesso mi alzavo di notte quando cadeva o mi chiamava. Poi c’erano i lavori in casa, preparare da mangiare, gli appuntamenti dal medico e altre faccende quotidiane. Prima era lui a occuparsi della casa, poi ho iniziato a farlo io.
E abbiamo trascorso momenti bellissimi insieme, incontrando amici, facendo piccole passeggiate al parco, ascoltando Osho insieme, andando in macchina in posti meravigliosi, meditando insieme, semplicemente stando insieme in silenzio...
Anche nel lavoro tutto è cambiato. Ho continuato a fare incontri online, soprattutto con il Giappone, ma dentro di me sentivo che quella fase si stava chiudendo. Anche Prasad non si riconosceva più nel ruolo di terapeuta o di conduttore di gruppi. Quell’immagine di sé si è sciolta con naturalezza e, in modo simile, anche io ho smesso di identificarmi con quel ruolo.
Quando tengo qualche corso penso sempre: ‘Finché la gente viene, è bello condividere. Finché qualcuno viene, è bello. Se finisce, finisce…’.
Oggi faccio soltanto ciò che sento autentico, ciò che mi nutre e che desidero condividere. Non progetto nuovi percorsi né nuovi metodi. È una scelta più semplice: presenza, ascolto, accoglienza. Essere quella che sono, con i miei limiti, e accoglierli, così come accolgo gli altri per quello che sono.
Ognuno ha le sue stranezze, nessuno è perfetto. Mi sto godendo sempre di più questo aspetto di vedere le cose, compresa me stessa, per quello che sono, di lasciarle essere così come sono. È molto rilassante.
Stare vicino a Prasad fino alla fine mi ha insegnato molto.
Con il progredire della malattia, Prasad ebbe anche delle allucinazioni. Una volta mi chiese: ‘Vedi un uomo là fuori?’ e io risposi: ‘No’ e lui annuì silenziosamente. Più tardi disse: ‘Ora conosco la differenza tra un’allucinazione e quando una persona è realmente presente. Quando una persona è presente dvvero, si muove. Le allucinazioni sono immobili’.
Gli ultimi anni sono stati a tratti difficili. All’inizio a volte mi spazientivo, o addirittura mi arrabbiavo con lui, finché non ho capito che era la malattia, non era lui. Poi mi scusavo e lui diceva sempre: ‘Ti amo e tu ami me e tutto il resto non conta’. Il nostro amore è cresciuto durante questo periodo e ne sono molto grata.
Ho anche imparato che dovevo vivere giorno per giorno, anche attimo per attimo, senza pensare a cosa poteva essere o non essere. Insieme, abbiamo lasciato passare i momenti difficili e dolorosi con amore e ci siamo goduti appieno i bellissimi momenti di gioia e felicità.
Dicevo sempre a Prasad: ‘Hai la sfida e l’opportunità di lasciar andare il tuo corpo e la tua mente prima di morire’. Lui ha accettato la sfida con grazia e ha sfruttato l’opportunità di lasciarsi andare con totalità. È stato incredibile. Prima avevo più paura della demenza, ora non più. Ci sei ancora, consapevole, presente anche se la mente non funziona più bene. Stai ancora crescendo nell’amore e nella consapevolezza. 
Quando i suoi episodi in cui era in una realtà diversa si fecero sempre più intensi, una volta diventò aggressivo verso di me. Più tardi, quando tornò, mi disse che gli ero sembrata un mostro. 
Dopodiché qualcosa cambiò. Non si alzava dal letto molto spesso, mangiava a malapena, nemmeno il suo gelato preferito. E poi smise di mangiare e morì nel giro di quattro o cinque giorni. Non ha raggiunto le fasi più gravi della malattia. Avrebbe potuto vivere altri due anni; a parte il Parkinson, il suo corpo era sano.
È morto in modo molto, molto bello. Ero lì quando ha esalato l’ultimo respiro. È stato davvero bellissimo, tanta pace, spazio, luce. Sono stata al settimo cielo per un po’ di tempo dopo.
I mesi successivi alla sua morte sono stati una grande sfida e un’opportunità per me. Siamo stati insieme per 36 anni, gli ultimi 5 anni quasi al 100%. Lasciare andare la sua forma esteriore è difficile, ancora adesso. Spesso mi sono sentita come se avessi perso metà di me, o come se mi avessero tolto un tappeto da sotto i piedi…
Mi sono occupata delle cose pratiche che andavano fatte e mi sono goduta la mia ritrovata libertà di trascorrere del tempo con gli amici, viaggiare, stare in silenzio da sola. Tutto nella mia vita è diverso e nuovo, anche le cose che facevo prima hanno un sapore diverso.
Anche la casa è diversa. Ho finalmente ristrutturato la cucina, un progetto che avevamo tentato tre volte quando era ancora vivo. La terza volta abbiamo rinunciato per via della pandemia e perché lui stava peggiorando. Quando i lavori sono finiti mi sono sentita come rientrata nella vita di un’altra persona. Sto imparando a conoscerla un giorno alla volta.
Quando all’inizio gli amici mi chiedevano: ‘Cosa farai nella tua nuova vita’, rispondevo: ‘Non lo so’ o ‘Vedrò’. Continuo ad andare avanti un giorno alla volta, un momento alla volta. Un momento di dolore, un momento di gioia, un momento di pace, un momento di amicizia.
Ultimamente, penso a lui sempre più con gioia e gratitudine, meno spesso con lacrime di tristezza e dolore.
Vivo a Sedona, una realtà piccola, una sorta di comunità informale. Saremo trenta o quaranta persone. Nessuno abita a più di dieci minuti. Alcuni li vedo raramente, altri una volta all’anno, altri ogni settimana. Con qualcuno parlo quasi tutti i giorni. Solo da pochi mesi mi sono accorta che non mi ero mai davvero fermata per tanto tempo. E solo più di recente ho ricominciato a dire sì quando qualcuno mi invita.
Prasad aveva creato una versione condensata di un discorso di Osho sulla vita e sulla morte, raccogliendone l’essenza. L’abbiamo ascoltata decine di volte, non solo negli ultimi giorni, ma anche negli anni precedenti. Ancora oggi meditiamo insieme agli altri amici la domenica: a volte l’ascoltiamo e poi restiamo in silenzio insieme. 

 

Marga: E adesso torni a Miasto dopo sette anni. Che cosa ti ha fatto dire sì?

Alvina: Shakti mi ha chiamata dicendo: ‘Ci manchi, vorremmo che tornassi a Miasto’. Subito ho detto: ‘No, no, no’. Poi ho pensato: perché no? Le ho detto: ‘Sono passati sette anni da quando sono stata a Miasto. Non credo che nessuno mi conosca più, sarebbe un gruppo molto piccolo’. E lei ha detto: ‘Non importa, vogliamo solo che tu venga qui, vogliamo vederti’. Ho pensato: ‘È bello rivedere i vecchi amici, tornare!’. Quindi ho detto di sì.
Il gruppo a Miasto si concentrerà proprio sull’essere noi stessi così come siamo, ricevere dalla vita, aprire il cuore con amore a noi stessi, agli altri, alla vita, a qualcosa di più grande. Osho ci dice con parole molto chiare di scoprire chi siamo veramente, ben oltre il nostro corpo e la nostra mente. Questi 5 giorni insieme in sincronicità potrebbero essere un’opportunità per avvicinarci un po’ di più e conoscere noi stessi più profondamente. Non vedo l’ora!

 

Marga: Sono contenta che tu abbia detto di sì, anche se probabilmente non riuscirò a esserci, perché ho degli im­pegni importanti proprio nello stesso periodo. Però sarò insieme a voi con il cuore. Gli anni passati con te, Prasad e Leela a Miasto sono stati tra i più belli della mia vita. Ho iniziato a venire nel 2009, due volte l’anno fino al 2016: sette an­ni, un intero ciclo di Saturno. C’era la ri­cerca, il lavoro su noi stessi, sì, ma c’era anche tanta gioia, tanta leggerezza”.

Alvina: Sì. Abbiamo vissuto tempi bellissimi… Ed è semplicemente bello rivederci, Marga, anche solo via Zoom…”. 

 

Alvina sarà a Miasto dal 7 all’11 ottobre 2026 con il gruppo Loving Awareness