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Morte

Let-go e celebrazione

Un articolo di Svarup pubblicato sull'OSHO Times cartaceo

 

let-go


Tra il 2023 e il 2024, ho vissuto tre gravi lutti: la morte di Premartha, il mio amato compagno per 38 anni, la morte del mio primo marito e padre di mio figlio e la morte di mia madre, oramai centenaria.

Ognuna di queste morti ha avuto un suo sapore ed è stata un processo a sé stante.
Ma una cosa hanno avuto in comune tutte queste esperienze: una profonda sensazione di confusione e disorientamento poco prima che avvenisse il distacco definitivo.
Solo pochi mesi fa, dopo tanto tempo, ho compreso una cosa: nella vita, elaboriamo le informazioni attraverso il cervello e il sistema nervoso, ma quando sopraggiunge la morte, il cervello muore, smette di funzionare. Non possiamo dare un senso alla morte attraverso il cervello, non possiamo elaborare le informazioni attraverso i nostri canali abituali.

Naturalmente non possiamo elaborare il lutto tutto in una volta, possiamo farlo solo gradualmente, attraversando i cinque famosi passi che Elizabeth Kübler-Ross e Stephen Levine descrivono con grande precisione: prima lo shock,  poi il tentativo di dare un senso all’accaduto (anche se non c’è un vero senso che il nostro cervello possa afferrare) poi la rabbia per essere stati abbandonati (forse il passaggio più difficile) e infine il dolore, sentimenti profondi di perdita e lutto, seguiti dall’accettazione.

Dopo tutto questo, Osho ci insegna che il distacco finale, il let-go definitivo, avviene quando si arriva a celebrare la morte.
La celebrazione non è solo per noi che siamo rimasti indietro, ma è anche un modo leggero per accompagnare l’anima del defunto in un viaggio che non possiamo comprendere a causa delle nostre limitate capacità intellettive.

I tibetani sostengono addirittura che l’ostacolo principale che una persona che ha lasciato il corpo incontra, nel suo viaggio dopo la morte, sia probabilmente proprio il nostro attaccamento, il nostro aggrapparci alla persona! Invece le nostre benedizioni e il nostro lasciarla andare possono darle la spinta necessaria per addentrarsi nell’ignoto.
Quindi, cosa rimane dopo la morte?
Come ho scritto, non possiamo capirlo.

Eppure, la nostra esperienza nella meditazione ci mette in contatto con qualcosa di diverso dalle informazioni che attraversano il nostro cervello e i nostri sensi e che cesseranno quando lasceremo il corpo: la coscienza.

Per diversi mesi, mentre facevo fatica a dare un senso alle morti dei miei tre cari, a un certo punto ho capito. L’“io” che incontro quando medito è lo stesso “io” che ricordo fin dalla mia prima infanzia: quella semplice sensazione di essere, un essere immutato, incontaminato da tutti i condizionamenti e le esperienze che si sono accumulati, strato dopo strato, nel corso della mia lunga e ricca vita.

E c’è la possibilità che questo “io” rimanga oltre la morte, non come un’identità, ma come la presenza che c’è sempre stata e che ci sarà sempre, per tutta la vita e oltre.
Non posso dimostrarlo, nessuno può, possiamo solo in qualche modo sentirlo nel profondo di noi stessi quando ci entriamo: è ciò che rimane quando siamo in silenzio e osservazione, lontani dalla frenesia della vita.
E quell’“io” non è nemmeno davvero un “io”.

Quei momenti benedetti in cui ho fatto esperienza di tutto questo, soprattutto alla presenza viva di Osho, mi hanno sempre dato la sensazione di scomparire, di fondermi con il tutto, di lasciare che il piccolo granello della mia coscienza ritornasse al tutto: una rigenerazione totale.
Quindi, cosa succede dopo la morte è ancora un mistero per me, eppure ho la sensazione che la coscienza non muoia...

Una settimana dopo che il mio amato compagno Premartha aveva lasciato il corpo, riportai a casa le sue ceneri. Quella sera ero sdraiata sul letto. Era tardi e mi sono arresa all’oscurità che mi avvolgeva nella mia casa nella foresta, al sicuro, circondata da altri meditatori e a breve distanza da Osho Miasto.

Quella è stata l’ultima volta in cui ho sentito la presenza di Premartha, sulla soglia della mia (nostra) camera da letto. Con la coda dell’occhio l’ho visto, con le mani alzate, mandarmi un messaggio: “Ti do la mia benedizione a ritornare dentro di te”. 
È stato come un dono, come il permesso definitivo di tornare a me stessa e di lasciarlo andare per la sua strada.
Certo, a livello emotivo il processo di let-go non si è fermato lì, è continuato e continua ancora oggi nella vita di tutti i giorni.
Ma nel profondo, sento il “suo” permesso di lasciarlo andare e di essere (forse anche in qualche modo con lui) silenziosa, in pace, come un puntino di luce in questo universo pieno di stelle...

Grazie, amati
Svarup


Per informazioni sul lavoro di Svarup:
www.primaltantra.com


 

Svarup e Premartha

 


Se riesci a comprendere la morte, sarai in grado di comprendere cos’è 
il Tao, cos’è il “sentiero senza sentieri”, perché anche la religione è un modo di morire, anche l’amore è un modo 
di morire, anche la 
preghiera è un modo di morire. La meditazione 
è morte volontaria. 
La morte è il fenomeno più grandioso. È il culmine della vita, il suo apice, 
la vetta più alta.

Osho, Tao: The Pathless Path, Vol. 1 #1