
INEDITI A TEMA
I primi discorsi di Osho
Vi presentiamo una serie di discorsi inediti tratti dalla serie in hindi, Jyun Tha Tyun Tharaya, che significa “Così com’era, così è rimasto”, un modo di dire che vuole indicare il “lasciare che le cose conservino la loro natura”.
Questa serie raccoglie i primi discorsi di Osho registrati su nastro, alla fine degli anni Sessanta, che in inglese vanno, per l’appunto, sotto il titolo di Early Talks, “Primi discorsi”.
Quinto Capitolo, seconda e ultima puntata
Differenze
Osho continua a rispondere alla discepola che aveva posto le tre seguenti domande. Della risposta alla terza, purtroppo, è andato perso il nastro… Nella conversazione si inseriscono altri due discepoli…
Discepola: La mia domanda ha tre livelli. Qual è la differenza tra essere testimone ed essere consapevole? E qual è la differenza tra consapevolezza e coscienza?
La seconda domanda riguarda la tua meditazione. Il quarto stadio della tua tecnica di meditazione è lo stato di akarma? Cioè la consapevolezza duale?
La terza domanda è molto personale e riguarda la mia sadhana. Nella mia meditazione la kundalini si sta risvegliando facendo fuoco e fiamme. Se percepisco questo movimento, come posso ancora essere in akarma? Ho bisogno della tua benedizione!
Osho: Mi ripeti la seconda domanda per favore
Discepola: La seconda domanda è molto semplice: il quarto stadio della tua tecnica di meditazione è semplicemente akarma?
[Il riferimento è alla primissima versione della Meditazione Dinamica creata da Osho e guidata personalmente durante i campi di meditazione. A quel tempo era costituita da solo 4 stadi: respirazione caotica, catarsi, mantra hu, immobilità e silenzio Successivamente fu inserito il quinto stadio della danza, N.d.R.].
Osho: Sì. Semplicemente akarma. È non-azione.
I primi tre stadi sono stadi di intensa attività. Nel primo, il tuo corpo vitale, il respiro, entra in azione molto intensamente, in un'attività estrema. Attraverso questa attività estrema del corpo vitale, del pranasarir, del respiro, diventa possibile il secondo stadio: entri in un'attività intensa del corpo fisico.
E nel terzo, quando sei totalmente attivo sul piano fisico, diventa possibile essere attivo nel corpo mentale.
Così, nei tre corpi – fisico, vitale e mentale – crei un culmine di attività, un culmine di tensione. Diventi sempre più teso, sempre più teso, sempre più teso. Tutta la tua esistenza diventa un vortice.
Quanto più questo vortice si intensifica, tanto più si crea la possibilità di rilassarsi nel quarto stadio.
Il quarto è rilassamento totale. Non un rilassamento praticato, perché nessuno può praticare il rilassamento.
Il rilassamento può arrivare solo come conseguenza, come ombra dell'attività intensa. Non puoi praticare il rilassamento: è una contraddizione in termini, perché ogni pratica è pratica della tensione. Rilassamento significa assenza di pratica.
E non puoi praticare l'assenza di pratica. Puoi soltanto arrivarci.
Solo attraverso un'attività intensa si crea dentro di te una situazione in cui ti lasci andare.
Nel quarto stadio c'è akarma, la non-azione. Tu non fai nulla. Semplicemente sei, semplicemente esisti in quello stato e non stai facendo nulla. Se qualcosa accade, è vikarma; se qualcosa avviene, avviene attraverso la natura, non attraverso te.
Per quanto riguarda te, ogni attività è cessata completamente.
In questo stato di non-azione, in questo stato di akarma, il cosmico e l'individuale si avvicinano. Entrano in intimità, perdono la loro identità separata, si sovrappongono l'uno all'altro. Qualcosa del cosmico penetra in te e qualcosa di te penetra nel cosmico.
I confini diventano flessibili, fluidi. A volte non esiste più alcun confine e percepisci un'espansione della coscienza senza limiti, senza fine e senza inizio.
Poi, a volte, i confini ricominciano a solidificarsi attorno a te e il movimento si alterna, come un batter d’ali di farfalla. A volte sei dentro quello stato, a volte ne sei fuori.
Ma quanto più profondo è il rilassamento, tanto più i confini si dissolvono.
E arriva un momento che non può mai essere previsto. È un momento che semplicemente accade, senza causa e senza condizionamenti.
Arriva un momento in cui perdi ogni confine e non lo ritrovi più.
A quel punto ha inizio un'esistenza senza confini, una mente senza frontiere, una coscienza priva di qualsiasi limitazione.
Questo è il cosmico.
Questo è il divino.
Questa è la totalità.
Discepola: Arriva dapprima come un intervallo?
Osho: All'inizio si manifesta come un intervallo, ma non rimane un intervallo.
Un intervallo ha sempre un inizio e una fine. Ha dei confini.
Comincia come un intervallo, poi quell'intervallo diventa eterno. Non ha più una fine.
Discepola: Quel momento è samadhi?
Osho: Sì, è samadhi.
Se comincia come un intervallo, ha un inizio, ma non ha una fine, è samadhi.
Se invece è un intervallo completo, con un inizio e una fine, allora è satori.
Questa è la differenza.
Se è soltanto un bagliore, un breve intervallo che poi si richiude, come una parentesi che si apre e si richiude, tu guardi dentro e poi ritorni. Ti immergi e poi ritorni.
Qualcosa accade e subito scompare.
È satori.
È un bagliore.
Un bagliore di samadhi, ma non è samadhi.
Samadhi significa qualcosa che inizia e non finisce mai.
Questo va compreso.
L'ignoranza non ha un principio, è senza inizio. L'ignoranza non ha un inizio, ma ha una fine.
La vera conoscenza, invece, ha un inizio, ma non ha fine.
Ed è questo il cerchio completo.
Perciò ignoranza e conoscenza non sono due realtà separate. Una possiede soltanto un inizio, l'altra soltanto una fine. Devono appartenere allo stesso grande cerchio.
Non sappiamo quando abbia avuto inizio l'ignoranza. È sempre esistita. Qualunque sia il luogo in cui ci troviamo, vi siamo sempre stati immersi. Ci siamo sempre dentro: l'ignoranza non ha un inizio.
La conoscenza, invece, non ha una fine. Comincia e poi ci troviamo in essa per sempre, senza che vi sia mai una conclusione.
Samadhi significa dunque l'inizio della conoscenza che non avrà mai fine.
Satori significa...
In India non esiste un termine corrispondente a satori.
Per questo, quando l'intervallo è particolarmente intenso, si può facilmente scambiare il satori per il samadhi.
Ma non lo è mai.
È soltanto un bagliore.
Sei arrivato, hai guardato dentro e poi tutto è di nuovo scomparso.
Naturalmente non sarai più lo stesso. Non potrai mai più essere la stessa persona.
Qualcosa è penetrato dentro di te.
Qualcosa si è aggiunto al tuo essere.
Ma ciò che ti ha trasformato non è rimasto con te.
Ne resta soltanto il ricordo, la memoria.
Un'altra discepola: E se dura alcune ore invece che pochi minuti o pochi secondi, è ancora soltanto un bagliore?
Osho: Sì, è ancora soltanto un bagliore. Perché, se riesci a ricordarlo e a dire: “Ho vissuto quel momento”, è ancora soltanto un bagliore.
Nel momento in cui accade il samadhi, tu non ci sei più a ricordarlo. Non potrai mai dire: “L'ho vissuto”. Perché, nel conoscere, colui che conosce scompare. Solo nel bagliore chi vive l’esperienza rimane.
Perciò chi vive l’esperienza può raccogliere quel bagliore come un ricordo, custodirlo, farne tesoro, desiderarlo, aspirarvi continuamente.
Ma chi ha vissuto l’esperienza c’è ancora. Colui che ha intravisto, che ha visto, è ancora presente. L'esperienza è diventata un ricordo, ma quel ricordo continuerà a perseguitarti, ti seguirà e chiederà che il fenomeno si ripeta ancora.
Nel momento in cui accade il samadhi, tu non ci sei più a ricordarlo.
Il samadhi non diventa mai parte della memoria, perché colui che era non esiste più.
Non esiste più in quanto stesso essere. L'uomo di prima non esiste più ed è arrivato un uomo nuovo. E questi due non si sono mai incontrati.
Perciò non esiste alcuna possibilità che il samadhi diventi un ricordo.
Il vecchio è scomparso e il nuovo è arrivato. E non c'è mai stato alcun incontro tra i due. Perché il nuovo può arrivare solo quando il vecchio è scomparso.
Allora non rimane alcun ricordo, non rimane nulla a perseguitarti. Non c'è più alcuna brama di ripetere quell'esperienza. Non c'è più il desiderio di riviverla.
Qualunque cosa tu sia diventato, sei perfettamente a tuo agio. Non c'è più nulla da desiderare.
Non significa che tu abbia soppresso il desiderio. No. È semplicemente scomparso colui che poteva desiderare.
Perciò non è uno stato privo di desiderio. È l’assenza del desiderante, perché colui che poteva desiderare non esiste più.
E non rimane alcuna nostalgia, alcuna tensione verso il futuro, perché il futuro è creato dai nostri desideri, è un prodotto dei nostri aneliti.
Se non c'è desiderio, non c'è futuro.
E se non c'è futuro, non c'è più bisogno nemmeno del passato.
Perché il passato è sempre lo sfondo sul quale, o attraverso il quale, il futuro è desiderato.
Se non c'è futuro, se sai che in questo stesso istante stai per morire, non hai più bisogno di ricordare il passato; non hai nemmeno bisogno di ricordare il tuo nome.
Il nome ha significato solo se esiste un futuro. Può essere utile. Ma se il futuro non esiste, bruci tutti i ponti con il passato: non ce n'è più bisogno.
Il passato perde completamente ogni significato. Acquista significato soltanto in funzione del futuro.
Nel momento in cui accade il samadhi, il futuro cessa di esistere. Non c'è più.
L'unico tempo che esiste è il momento presente.
Perciò a che cosa ti serve il passato?
Non esiste più nemmeno il passato. Il passato è caduto, il futuro è caduto, e un'unica esistenza nel presente diventa l'intera esistenza.
Tu sei in essa, non come un'identità separata, non come un'entità distinta. Non puoi esserlo.
Diventi separato soltanto a causa del passato e del futuro. Passato e futuro si cristallizzano intorno a te. Sono l'unica barriera tra te e il presente che continuamente scorre.
Se non c'è né passato né futuro, non è che tu sia nel presente: tu sei il presente.
Il samadhi non è un bagliore. Il samadhi è una morte.
Il satori è un bagliore, non una morte.
Perciò il satori può verificarsi in molti modi.
Un'esperienza estatica può esserne una sorgente.
La musica può esserne una sorgente.
L'amore può esserne una sorgente.
Qualunque momento di presenza intensa, nel quale il passato diventa irrilevante – non inesistente, ma irrilevante – può aprire la porta al satori.
Qualunque momento di presenza intensa – nell'amore, nella musica, nella poesia o in qualsiasi esperienza estatica – nel quale il passato non interferisce e non esiste alcun desiderio rivolto al futuro, rende possibile il satori.
Ma è soltanto un bagliore.
Ed è un bagliore prezioso, perché attraverso il satori intuisci per la prima volta che cosa possa essere il samadhi.
Il primo assaggio, il primo lontano profumo del samadhi, giunge attraverso il satori.
Perciò il satori è di grande aiuto.
Ma tutto ciò che è d'aiuto può anche diventare un ostacolo.
Qualunque cosa ti aiuti può trasformarsi in un impedimento, se ti aggrappi a essa e credi che sia il traguardo definitivo.
Il satori possiede una beatitudine capace di ingannare. Ha una beatitudine tutta sua e, poiché non conosciamo ancora il samadhi, può sembrarci la meta definitiva.
Possiamo attaccarci a essa.
E se ci attacchiamo, ciò che era un aiuto, ciò che era un amico, si trasforma in una barriera, in un nemico.
Perciò bisogna essere consapevoli del possibile pericolo del satori.
Se ne sei consapevole, può davvero esserti d'aiuto.
Un solo, fugace bagliore è qualcosa che non può essere vissuto in nessun altro modo.
Nessuno può spiegarlo.
Nessuna parola, nessuna comunicazione può descriverlo.
Il satori ha un valore immenso, ma soltanto come bagliore, come una breccia improvvisa aperta nell'esistenza, nell'abisso dell'essere.
Ma non lo hai conosciuto realmente; non ne sei nemmeno diventato pienamente consapevole.
L'attimo si è già richiuso.
È come lo scatto di una macchina fotografica.
Click... e tutto è scomparso.
Così nasce il desiderio di ritrovarlo.
E potresti essere disposto a rischiare qualunque cosa pur di riviverlo.
Ma non desiderarlo.
Non averne nostalgia.
Lascia che diventi semplicemente un ricordo.
Non trasformarlo in un problema.
Dimenticalo.
Se riesci a dimenticarlo e a non aggrapparti ad esso, quei momenti diventeranno sempre più frequenti e quei bagliori verranno sempre più spesso.
Una mente che pretende, che esige, si chiude; e allora il bagliore diventa impossibile.
Arriva sempre quando non lo stai cercando, quando non sei proteso verso di esso, quando sei rilassato, quando non ci stai nemmeno pensando, quando non stai neppure meditando.
Perfino mentre stai meditando il bagliore diventa impossibile.
Accade quando non stai meditando, quando semplicemente sei in un momento di totale abbandono, senza fare nulla, senza aspettarti nulla.
In quel momento di rilassamento profondo accade il satori.
Comincerà ad accadere sempre più spesso.
Ma non averne desiderio.
Non desiderarlo.
E non scambiarlo mai per il samadhi.
Discepolo: Quale percentuale delle persone che raggiungono il satori arriva poi al samadhi?
Osho: Il satori è possibile per moltissime persone, perché talvolta non richiede alcuna preparazione. A volte accade lungo il cammino, quasi per caso. La situazione si crea, ma inconsapevolmente.
Moltissime persone lo hanno vissuto. Forse non lo hanno chiamato satori, forse non lo hanno interpretato in questo modo, ma ne hanno fatto esperienza.
Un grande amore può renderlo possibile.
Perfino le sostanze chimiche possono rendere possibile il satori.
La mescalina, l'LSD e la marijuana possono produrlo.
Perché, attraverso una modificazione chimica, anche la mente può espandersi fino a cogliere un bagliore.
Non c'è nulla di irreligioso in questo, perché, dopotutto, siamo anche corpi chimici. Il nostro corpo e la nostra mente costituiscono un'unità chimica.
Perciò anche attraverso la chimica può diventare possibile un bagliore.
Talvolta un pericolo improvviso può penetrarti così profondamente da renderlo possibile.
Talvolta un grande shock può renderti così totalmente presente da permettere il bagliore.
Per chi possiede sensibilità estetica, un cuore poetico, un atteggiamento fondato sul sentire anziché sull'intelletto, il satori è molto più accessibile.
Per una personalità razionale, logica e intellettuale, invece, il bagliore è quasi impossibile.
Può accadere anche a una persona intellettuale, ma solo quando è immersa in una tensione mentale estremamente intensa che improvvisamente si dissolve.
Accadde così ad Archimede.
Era in uno stato di satori quando uscì nudo dalla vasca da bagno e corse per le strade gridando: “Eureka! Ho capito!”.
Fu la liberazione improvvisa da una tensione continua, nata da una concentrazione totale su un problema.
Il problema era stato risolto e tutta la tensione accumulata si era dissolta all'istante.
Per questo uscì nudo per le strade gridando: «Eureka! Ho capito!».
Per una persona intellettuale, un problema che richieda la totalità della sua mente e la conduca al culmine della tensione intellettuale può, una volta risolto, aprire un momento di satori.
Ma per una persona sensibile, poetica, aperta al sentire, è molto più facile.
Osho, Early Talks #5
2 Ottobre 1970, pomeriggio, Manali, India