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Volontà e Scienza

Diventare uno con l'esistenza

Un brano INEDITO dai PRIMI DISCORSI di Osho

 

Osho


INEDITI A TEMA

I primi discorsi di Osho

 

Vi presentiamo una serie di discorsi inediti tratti dalla serie in hindi, Jyun Tha Tyun Tharaya, che significa “Così com’era, così è rimasto”, un modo di dire che vuole indicare il “lasciare che le cose conservino la loro natura”.

Questa serie raccoglie i primi discorsi di Osho registrati su nastro, alla fine degli anni Sessanta, che in inglese vanno, per l’appunto, sotto il titolo di Early Talks, “Primi discorsi”.

 

Sesto Capitolo, prima puntata

 

Volontà e Scienza 

 

DiscepoloNelle scoperte scientifiche c'è un investimento personale dell'individuo. È difficile comprendere come operi la volontà dell'esistenza nell'ambito di queste scoperte…


Osho: Normalmente si pensa che, nelle scoperte scientifiche, sia la volontà dell'individuo ad agire. Così appare in superficie, ma se si guarda più in profondità non è affatto così.

Ti sorprenderà sapere che l’esperienza dei grandi scienziati riguardo al loro lavoro sono molto diverse dalle idee che si insegnano nelle scuole e nelle università.

Per esempio, Madame Curie raccontava che, per diversi giorni, era rimasta bloccata su un problema. Cercò in tutti i modi di risolverlo, ma senza riuscirci. Era stanca, esasperata e alla fine rinunciò.

Una notte, alle due del mattino, decise di lasciar perdere e andare a letto, lasciando sul tavolo i fogli con il problema ancora irrisolto.

Quando si svegliò il mattino seguente, con sua enorme sorpresa trovò il problema risolto.

Le porte erano chiuse e nessuno era entrato nella stanza. E anche se qualcuno fosse entrato, era impensabile che fosse riuscito a risolvere un problema che Madame Curie stessa non era stata capace di risolvere. Del resto vinse Premio Nobel. In casa c'erano soltanto i domestici e sarebbe stato un vero miracolo se uno di loro fosse riuscito a trovare la soluzione.

Eppure non c'erano dubbi: il problema era risolto. Lo aveva lasciato a metà e ora era risolto.

Controllò tutte le porte e continuava a non crederci. Non riusciva ad accettare l'idea che dio fosse sceso dal cielo per finire il suo lavoro.

Naturalmente non era successo nulla del genere.

Osservando con maggiore attenzione, si accorse che anche la seconda parte della soluzione era scritta con la sua grafia. Allora cercò di ripercorrere la notte appena trascorsa e si ricordò di aver sognato. Nel sogno si era alzata, aveva preso i fogli e aveva risolto il problema.

Da quel momento diventò una sua abitudine: quando non riusciva a risolvere un problema, lo metteva sotto il cuscino e andava a dormire. Durante la notte si alzava e lo risolveva.

Durante il giorno Madame Curie rimaneva un individuo separato. Di notte, nel sonno, l'ego scompare e la goccia si unisce all'oceano.

Il problema che la mente conscia non riesce a risolvere è risolto dall'inconscio che, nella sua profondità, è unito allo spirito supremo.

Una volta anche Archimede non riusciva a risolvere un problema.

Era molto preoccupato, perché era stato il re a chiedergli di trovare la soluzione. Da quel problema dipendeva la sua reputazione, ma era ormai esausto.

Ogni giorno il re inviava dei messaggeri a chiedere se avesse trovato la soluzione.

Qualcuno aveva donato al re un prezioso ornamento, ma lui sospettava di essere stato imbrogliato e che all'oro fosse stato mescolato un altro metallo.

Il problema consisteva nello scoprire, senza distruggere l'ornamento, se fosse davvero presente un altro metallo.

A quei tempi non esistevano ancora strumenti capaci di verificarlo.

Il gioiello era piuttosto grande e, se fosse stato prodotto con un altro metallo, il suo peso sarebbe inevitabilmente cambiato.

Archimede era esausto, tormentato.

Una mattina, mentre era nella vasca da bagno, improvvisamente trovò la soluzione del problema

Dimenticò ogni cosa e si precipitò fuori. Per un attimo dimenticò perfino chi fosse; altrimenti non avrebbe certo dimenticato di essere completamente nudo.

Corse in strada gridando:

«Eureka! Eureka! Ho trovato la soluzione!» e si mise a correre verso il palazzo del re.

La gente lo fermò chiedendogli: «Vuoi davvero presentarti davanti al re completamente nudo?» e lui rispose: «Non me ne sono nemmeno reso conto!».

L'uomo che uscì nudo correndo per la strada non era Archimede.

Archimede non avrebbe mai potuto comportarsi in quel modo.

In quell'istante aveva cessato di essere un individuo separato.

Il problema non era stato risolto dalla sua mente conscia, ma da un livello della coscienza nel quale l'individuo aveva cessato di esistere.

Era disteso nella vasca, completamente rilassato.

Si verificò un momento di meditazione che penetrò profondamente nel suo essere e trovò la soluzione del problema.

Il problema che non era riuscito a risolvere fu risolto nella vasca da bagno. Era stata forse la vasca da bagno a risolvere il problema? È davvero possibile risolvere un problema semplicemente restando immersi nell'acqua, quando non si è riusciti a farlo in nessun altro modo? O forse l'intelligenza aumenta nell'acqua? O forse era stato possibile soltanto perché era nudo?

No.

Era accaduto qualcos'altro.

Per un breve istante Archimede aveva cessato di essere un individuo separato.

Per quel breve momento era diventato uno con l'esistenza.

Se leggiamo le testimonianze dei grandi scienziati del mondo – Einstein, Planck, Eddington, Edison – scopriamo che tutti hanno condiviso la stessa esperienza: qualunque verità abbiano scoperto, sentono di non essere stati loro a scoprirla. Quando la vera conoscenza si manifesta, appare soltanto quando noi non siamo presenti.

È esattamente ciò che affermano i veggenti delle Upanishad. È la stessa cosa che insegnano i veggenti dei Veda, Maometto e Gesù.

Quando diciamo che i Veda sono rivelati, che non sono opera dell'uomo, non significa che dio sia apparso per scriverli personalmente. Non c'è alcun motivo di sostenere un'assurdità simile.

"Rivelati" significa semplicemente che il manifestarsi dei mantra vedici in parole è avvenuto quando colui che li pronunciava non era più presente. In quell'istante il suo "io" non esisteva.

Così è accaduto ogni volta che una parola delle Upanishad è stata realizzata da un veggente, quando il Corano si è rivelato a Maometto, quando la parola della Bibbia si è rivelata a Mosé.

In quei momenti loro non c'erano più.

L'esperienza della religione e quella della scienza non sono differenti.

Non possono esserlo.

Perché, se nella scienza si realizza una verità, il processo attraverso cui essa si manifesta è lo stesso attraverso cui si realizzano le verità della religione.

Esiste un solo modo di realizzare la verità: quando l'individuo è assente, la verità è conosciuta da dio, che è sempre presente dentro di noi.

Dentro di noi si crea uno spazio vuoto e la verità entra in quello spazio.

Chiunque, in questo mondo – un musicista, un pittore, un poeta, uno scienziato, un religioso o un mistico – qualunque raggio di verità abbia ricevuto, lo ha ricevuto soltanto nei momenti in cui lui stesso non era presente.

La religione comprese questa realtà migliaia di anni fa.

Da diecimila anni il guru, il santo e lo yogi fanno esperienza dell'assenza dell'"io", un'esperienza estremamente difficile da vivere.

Quando, per la prima volta, qualcosa che proviene da dio appare dentro di te, è difficile distinguere se appartenga a te oppure a dio.

La prima tentazione della mente è rivendicarne il possesso.

Anche l'ego vuole appropriarsene.

Ma, poco a poco, quando entrambe queste pretese diventano trasparenti e comprendi che tra te e la verità non esiste alcun rapporto personale, allora la distanza tra te e la verità diventa evidente.

La scienza è ancora molto giovane, ha appena tre secoli. Eppure, in questo breve tempo, lo scienziato è diventato molto più umile.

Cinquant'anni fa diceva: «Abbiamo scoperto».

Oggi non parla più così.

Oggi dice: «Tutto appare fuori dalla nostra portata». Lo scienziato contemporaneo comincia a parlare la stessa linguaggio del misticismo.

Tra altri cento anni gli scienziati parleranno esattamente la stessa lingua delle Upanishad. Dovranno parlare la lingua di Buddha. Dovranno parlare la lingua di Sant'Agostino e di San Francesco.

Non potranno fare altrimenti, perché, quanto più profonda diventa l'esperienza della verità, tanto minore diventa il bisogno di affermarsi.

Quanto più la verità si manifesta, tanto più l'ego si dissolve. E arriva il giorno in cui diventa evidente che tutto ciò che è conosciuto è stato possibile soltanto per grazia di dio. Si comprende che: «È disceso su di me. Io, come individuo, non ci sono. E sono responsabile di tutto ciò che non so a causa della mia incapacità di riceverlo».

La presenza dell'"io" è necessaria soltanto quando si realizza una non-verità. Quindi la volontà dell'esistenza non interferisce mai nelle scoperte scientifiche, ma tutte le scoperte compiute finora sono accadute grazie alla connessione con l'ignoto, grazie alla resa. E anche in futuro ogni autentica scoperta potrà avvenire soltanto attraverso la resa. Nessuno ha mai raggiunto la verità né in passato né in futuro, se non attraverso la porta della resa.


 

Osho, Early Talks #6