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Una meditazione unica! 

La Vipassana...
 

Un raro brano di Osho apparso su Osho Times

 

Osho

Ci sono centinaia di metodi di meditazione, ma forse la Vipassana è un caso unico; allo stesso modo, ci sono migliaia di mistici, ma Gautama il Buddha ha una sua propria originalità. Buddha è ineguagliabile e, sotto molti aspetti, ha fatto più lui per l’umanità che chiunque altro.
Perché mi è venuto in mente Gautama il Buddha? Mi sono ricordato di lui, perché mi hai fatto una do­manda sulla Vipassana. Questa è la meditazione per mezzo della quale Buddha raggiunse l’illuminazione.

La parola stessa vipassana in pali, la lingua usata da Buddha… egli sapeva perfettamente anche il sanscrito: essendo un principe aveva studiato i testi lette­rari più raffinati di quei giorni. Ma quando cominciò a parlare non usò mai il sanscrito, perché era la lingua degli intellettuali, dei bramini, dei preti, non del popolo. Non è mai stata una lingua viva. Ha una sua unicità fra tutte le lingue del mondo – la usavano solo le persone istruite, gli studiosi, per parlare tra loro, e a causa della sua incomprensibilità le masse so­no state tratte in inganno: tradotta non contiene niente di speciale e qualche volta non vi si trovano altro che idiozie, ma ha un suono molto musicale. La sua costruzione è perfetta, più di ogni altra lingua del mondo. È assolutamente completa – l’alfabeto è di cinquantadue lettere, l’inglese ne ha solo ventisei, e quindi gli altri ventisei suoni non si trovano nella lin­gua inglese. Il sanscrito è ricco il doppio, perché può esprimere tutti i suoni possibili, non ha lasciato neppure un suono fuori dal suo alfabeto. Tiene conto delle più sottili sfumature – sono stati inclusi anche suoni molto difficili da pronunciare, suoni usati molto raramente, ma che è pur possibile usare.
Ma Gautama il Buddha decise di parlare la lingua delle masse. Fu un passo rivoluzionario, perché la lingua usata dalle masse non è mai grammaticalmente corret­ta. Attraverso l’uso e il cambiamento di to­no o suono fatti dalla gente comune, le pa­role diventano più semplici, non sono più complicate.
Il pali è la lingua di persone semplici e in qualche modo innocenti e ignoranti. Vipassana è un loro termine. In sanscrito ha il suo corrispondente, che il popolo ha cambiato per convenienza. In sanscrito è vipashyana – che è un po’ difficile. Ma in pali è semplicemente vipassana. Il significato è lo stesso. Il significato letterale della parola è guardare, quello metaforico è osservare, testimoniare. Gautama il Buddha ha scelto una meditazione che si può dire essenziale. Tutte le altre meditazioni sono modi diversi di essere dei testimoni, ma il testimoniare è presente in tutte le meditazioni, come parte essenziale – non può essere evitato. Buddha ha cancellato ogni altra cosa e ha mantenuto solo la parte essenziale – il testimoniare.
Il testimoniare ha tre livelli successivi – Buddha è un pensatore molto scientifico. Comincia col corpo, perché è il più facile da osservare. È facile osservare la mia mano che si solleva. Posso osservarmi mentre cammino per la strada, posso esser testimone di ogni passo che faccio. Posso osservarmi mentre mangio.

Così il primo passo nella vipassana, il più facile, è la testimonianza delle azioni del corpo. Tutti i metodi scientifici cominciano sempre dalla cosa più semplice.
E mentre osservi il corpo, sarai stupito delle nuove esperienze. Quando muovi una mano con attenzione, vigilanza, consapevolezza, sentirai una certa grazia, un certo silenzio nella mano. Puoi fare il movimento senza osservarlo: sarà più veloce, ma perderà la grazia.
Buddha camminava molto lentamente, a tal punto che gli venne chiesto perché camminasse così. E lui rispose: “Fa parte della mia meditazione: camminare sempre come si cammina in inverno in un torrente freddo… lentamente, con attenzione, perché l’acqua è molto fredda; vigile, perché la corrente è molto forte, facendo attenzione a ogni pas­so, perché si può scivolare sulle pietre e finire nel torrente”.

Il metodo resta lo stesso, solo l’oggetto cambia a ogni livello. Il secondo passo è osservare la mente. Ora ti muovi in un mondo più sottile – osservi i tuoi pensieri. Se sei riuscito a osservare il tuo corpo, non ci sarà nessuna difficoltà. I pensieri sono onde sottili – onde elettroniche, onde radio – ma sono fatti di materia, proprio come il tuo corpo. Non sono visibili, come non lo è l’aria, ma l’aria è materia, come le pietre; così sono i tuoi pensieri, materiali ma invisibili.
Questo è il secondo passo, il livello intermedio. Ti stai muovendo verso l’invisibilità, ma osservare i pensieri… è an­cora una cosa materiale. L’unico requisito è non giudicare.
Non giudicare, perché nel momento in cui cominci a giudicare, ti dimentichi di osservare. Non c’è niente contro il giudicare. La ragione per cui è proibito è che non appena cominci a giudicare – “Questo è un pensiero buono” – per quello spazio di tempo non stai osservando. Hai cominciato a pensare, ti sei coinvolto. Non sei rimasto distaccato, ai lati della strada, a guardare semplicemente il traffico.
Non partecipare – sia lodando, che valutando o condannando – non ci dovrebbe essere nessun tipo di atteggiamento rispetto a quello che ti passa per la mente. Dovresti osservare i tuoi pensieri come nuvole che passano nel cielo. Tu non esprimi giudizi sulle nuvole – quella nuvola nera è molto cattiva, questa bianca sembra che sia saggia. Le nuvole sono nuvole, non sono né cattive, né buone.
Così sono i pensieri – una semplice onda sottile che ti attraversa la mente. Guardala senza giudizio, e sarai di nuo­vo molto sorpreso. Non appena la tua osservazione si sarà consolidata, i pensieri diminuiranno sempre più. La proporzione è esattamente la stessa: se ti sei stabilizzato a osservare al cinquanta per cento, allora il cinquanta per cento dei tuoi pensieri scomparirà. Se hai raggiunto il sessanta per cento di osservazione, allora ci sarà solo il quaranta per cento di pensieri. Quando sarai un testimone puro al novantanove per cento, solo ogni tanto ci sarà un pensiero solitario – l’uno per cento – che passa per la strada. Per il resto il traffico è scomparso; quel traffico da ora di punta non c’è più. Quando sarai senza giudizi al cento per cento, un puro testimone, vorrà dire che sei solo uno specchio, perché uno specchio non esprime mai giudizi. Una donna brutta si guarda – lo specchio non giudica. Una bella donna si specchia, non fa nessuna differenza. Nessuno si guarda allo specchio – lo specchio resta puro come quando qualcuno vi si riflette. Il riflettere qualcuno non lo turba, ma neppure il non riflettere.
Il testimoniare diventa uno specchio.

Questo è un grande traguardo nella meditazione. Sei arrivato a metà del percorso e hai superato la parte più difficile. Ora conosci il segreto, e basta applicare quello stesso segreto a oggetti diversi.
Dai pensieri, devi partire per esperienze più sottili – emozioni, sentimenti, stati d’animo… dalla mente al cuore, alle stesse condizioni: niente giudizi, puro testimoniare. E la sorpresa sarà che la maggior parte delle emozioni, dei sentimenti e degli stati d’animo dai quali sei posseduto… Per esempio, quando ti senti triste, diventi veramente triste, sei posseduto dalla tristezza. Quando ti senti arrabbiato, non è qualcosa di parziale. Diventi pieno di rabbia, ogni fibra del tuo essere tre­ma di rabbia.
Osservando il cuore, l’esperienza sarà che ora niente ti possiede. La tristezza viene e va; tu non diventi triste. La felicità viene e va; non diventi neppure felice. Qualsiasi co­sa si muova negli strati profondi del tuo cuore, non ti influenza affatto. Per la prima volta provi il gusto di essere il padrone. Non sei più uno schiavo che può essere spinto avanti e indietro, di qua e di là, in una posizione in cui qualsiasi emozione, qualsiasi sentimento o persona ti può disturbare per una banalità.
La gente viene disturbata da qualunque sciocchezza, da cose senza senso. Qualcuno ti passa accanto strizzando l’occhio. Non ha fatto niente. L’occhio è suo e ha tutto il diritto di strizzarlo. È un suo diritto costituzionale. Nessuno può impedire a chicchessia di strizzare gli occhi – ma perché ti disturba? E se lui prende l’abitudine di strizzarti l’occhio ogni volta che ti incontra, cominci ad arrabbiarti. La nostra consapevolezza è così piccola che viene sovraccaricata e posseduta da qualsiasi cosa – sia esso uno stato d’animo, o un sentimento, o un’emozione.

Quando il testimoniare raggiungerà questo terzo stadio, per la prima volta sarai padrone di te stesso: niente ti disturberà, niente potrà sopraffarti, tutto resterà molto lontano… laggiù in fondo, e tu sarai in cima alla vetta. Questi sono i tre passi della Vipassana.

Quando sarai diventato un perfetto osservatore del tuo corpo, della tua mente e del tuo cuore, non potrai fare niente di più, devi solo aspettare. Quando la perfezione è completa a questi tre livelli, il quarto passo avviene da solo, come un premio. È un salto quantico, dal cuore all’essere, al vero centro della tua esistenza. Tu non puoi farlo; succede – devi ricordartelo.
Non cercare di farlo, perché se cerchi di farlo certamente fallirai. È un evento spontaneo. Tu prepari i tre passi, il quarto passo è una ricompensa dell’esistenza stessa; è un salto quantico. Improvvisamente la tua forza vitale, il tuo essere un testimone, penetra nel centro stesso del tuo essere. Sei arrivato a casa.
Puoi chiamarlo autorealizzazione, puoi chiamarlo illuminazione, puoi chiamarlo liberazione suprema, ma al di là di questo non c’è più niente da raggiungere. Sei arrivato alla fine della tua ricerca, hai trovato la verità ultima dell’esistenza e la grande estasi che si porta dietro, come un’ombra, tutta intorno a sé.

Un ebreo e un irlandese stanno discutendo di sesso. L’irlandese dice che, secondo il suo prete, il sesso è un lavoro ed è inteso soltanto a procreare. “No” – dice l’ebreo – “il mio rabbi dice che il sesso è un piacere. Se fosse un la­vo­ro, lo faremmo fare agli irlandesi.”

La meditazione non è un lavoro. La meditazione è pu­ra beatitudine.
Man mano che vai nel pro­fondo, incontrerai spazi sempre più belli, luoghi sempre più luminosi. Sono il tuo tesoro… silenzi sempre più profondi, che non sono solo assenza di rumori, ma presenza di canzoni senza suono – musicali, vive e danzanti. Quando raggiungerai il punto estremo del tuo essere, il centro del ciclone, lì troverai dio, non come persona, ma come luce, come consapevolezza, come verità, come bellezza – come tutto quello che l’uomo ha sognato da secoli. E quei tesori sognati sono nascosti proprio dentro di lui. Non è una pratica ascetica, fastidiosa e tormentosa; è molto piacevole, musicale, poetica che procede diventando sempre di più gioia, pura e semplice gioia. Non è lavoro, è preghiera – l’unica preghiera che io conosca. Per me preghiera significa: quando hai raggiunto il tuo essere, senti una gratitudine enorme verso l’esistenza. Quella gratitudine è l’unica, reale, autentica preghiera; tutte le altre preghiere sono dei falsi, sono pseudo-preghiere, confezionate. Questa gratitudine sorgerà dentro di te, come la fragranza che emana dalle rose.

Osho, tratto da: The Rebel #17