l'editoriale

Al mio paesello tutti i mercoledì si tiene il mercato. Il paese è piccolo e quindi anche il mercato è piccolo. Per cui non ci vado mai.
La settimana scorsa sono uscito per commissioni dimenticando che era mercoledì. Così mi sono trovato al mercato. Dove sono incappato in due donne anziane amiche di mia madre. Non hanno perso l’occasione per fermarmi e chiedermi come sta la mamma di 98 anni.
Da lì, come succede spesso, si sono agganciate per parlare prima di sé, di tutti i loro acciacchi, e poi sempre per associazione d’idee mi parlano di una loro amica molto vecchia, recentemente colpita da paresi. E una delle due, commentando la vita difficile che l’amica si trova a fare, dice in dialetto: “Ma sa l’è chi a fa’?”, cioè: “Cosa è qui a fare?”. Della serie: “È meglio morire”.
Vabbe’ fin qui è normale parlare popolare.
Poi l’altra donna aggiunge: “Sì, ma cos’era qui a fare anche prima?”.
 

Mercatino

 

Per un attimo son rimasto in silenzio, perplesso. Poi le chiedo perché. E prima di scoprire che si riferiva agli anni precedenti la paresi, anni già molto difficili per quella donna, mi son trovato a passare nella mia mente da un giudizio di cinismo e insensibilità su questa amica di mia mamma a un “be’ in effetti tutti... cosa siamo qui a fare?”.
 
Tornando a casa mi sono guardato dentro: ma io cosa sono qui a fare?
Certo, lavoro, mi riposo, godo della vita, soffro anche dove c’è da soffrire… passo il tempo qua e là con un bel film, con gli amici… Ma in definitiva se quella signora facesse a me la domanda “cosa sei qui a fare?” che risposta le darei?
E tu che risposta le daresti?

Allora per trovare una risposta ho dato un occhio a cosa nella mia vita mi dà più gioia, quella potrebbe essere il fulcro della mia vita… la cosa che mi dà più gioia e che in un certo senso perseguo con maggiore motivazione.
È forse la ricchezza? O l’amore? Le relazioni? Forse curare la mia immagine sociale? Forse divertirmi con gli amici? Il sesso? La creatività? Il cibo?
Mi sono interrogato con attenzione e ho visto che la gioia maggiore la trovo in alcuni preziosi momenti a occhi chiusi, con certe tecniche di meditazione. Ci sono delle esperienze interiori, dei momenti preziosi in cui mi è chiaro che quello è il vero succo della vita e sono quei momenti che cerco con maggiore motivazione.
Ho tirato un sospiro… sembra che mi appassionano cose di cui ha parlato in lungo e in largo Osho.
Quindi posso stare tranquillo che la mia vita è risolta???
 
Eppure…

Qualche tempo fa all’Osho Resort di Pune ho fatto una meditazione guidata che si chiama Osho Bardo che come suggerisce il nome gira intorno al tema del vivere e del morire.
Ti sdrai e ti lasci cullare dalla musica, dalle belle voci che ti guidano in un percorso. Così mi sono rilassato davvero in profondità e lì nel chiaro/scuro dell’indefinito ecco prendere forma un’esperienza. Che conoscevo bene (ho scoperto poi!).
Stavo per morire... ed era proprio un'esperienza totale, non un pensiero. Era ineluttabile. Non potevo scappare. Stavo per spiccare il balzo… via, fuori dalla vita.
E lì la comprensione tremenda che avrei perso tutto. Ma proprio tutto. Non tanto i miei averi, ma nel senso di me stesso. Tutto quello che conoscevo come “Akarmo” stava per finire e niente di tutto ciò sarebbe esistito dopo. Tutto perduto. Proprio come quando ti svegli da un bel sogno e non ti puoi portare niente nella realtà.
Finita la meditazione mi sono alzato con un senso di frustrazione bestiale. Un senso di fallimento totale, “Ma come? 40 anni che medito, tutte quelle belle parole, fatte mie, sul mondo interiore, pensando di essere quelle cose lì, pensando di capire bene le cose di cui parla Osho, credendo di aver costruito una nuova realtà interiore che sopravviverà a tutto. E invece è ancora tutta superficie! Che per quanto piacevole ed appassionante, non sopravviverà alla morte.”
Ci ho messo 3 giorni a digerirlo!
In realtà l’ho digerito solo quando ho visto una cosa: in quell’esperienza di premorte c’erano due cose, una ero io, cioè tutto quello che oggi fa di me “Akarmo”. Quello cioè che stava per sparire completamente. L’altra cosa che c’era, e di cui me ne sono reso conto solo dopo 3 giorni, è che c’era consapevolezza di quello che stava succedendo. Quella consapevolezza era certamente mia, ma io non ci ero dentro, io ero tutto quello che stava per morire.

Morale della favola, cosa sono qui a fare?
Di fronte all’esperienza di premorte non ha senso essere qui a fare niente che non sia orientato allo spostare l'asse della mia vita dalla superficie (che per quanto appagante non ha speranze di sopravvivere) a quella profondità che sottostà a tutto, anche in questo momento, e che si chiama “silenziosa presenza attenta” o “testimone interiore” oppure come lo chiama più spesso Osho “il mio buddha interiore”.
E come si fa?
 
Il bello è che è già lì. Non va creato. Va solo usato! Più lo uso e più divento lui.
Ci vuole un metodo e un po’ di dedizione. E se non l’hai mai incontrato, il tuo testimone interiore, ci vuole innanzitutto un assaggio indubitabile. Solo così poi sai cosa stai cercando.
Io non conosco un sistema più efficace di un ritiro di Osho Vipassana: è quasi inevitabile avere un assaggio se non l’hai mai avuto. E poi è un tale percorso diretto, una specie di autostrada senza distrazioni che porta dritta lì, che per una settimana dai spazio totale al tuo buddha interiore senza perdere la bussola.
C’è uno di questi ritiri in arrivo, anzi il ritiro per eccellenza, viste le dimensioni e vista la cura speciale che ci mette Osho Miasto, dove per quella settimana non succede altro. Parlo naturalmente della specialissima Maha Osho Vipassana. Che non capita tutti gli anni. La prossima sarà solo nel 2021. Insomma un’occasione davvero da non lasciarsi scappare con Shunyo e altri 100 buddha il prossimo settembre.
Se vuoi approfondire questa dimensione eccoti in omaggio due articoli, tratti dalla rivista Osho Times. Buona lettura, Akarmo‚Äč